I periodi tristi

Sono in uno dei miei periodi tristi. Un giorno della settimana scorsa mi sono svegliata triste e ho pensato “ecco, ci risiamo”. La causa è ignota, lo è sempre. I periodi tristi arrivano all’improvviso, indipendentemente dai fattori esterni, e non so mai quanto durano. Possono durare 3 giorni ma anche 2 settimane. Poi se ne vanno come sono venuti. A caso.

Durante i periodi tristi un sacco di cose sono più difficili. É più difficile addormentarsi, è più difficile svegliarsi, è più difficile fare tutto quello che devi fare, essere produttivi, relazionarsi con le persone, reagire alle piccole cose brutte che possono succedere nel tuo micro universo. Non è una tristezza tragica da romanzo ottocentesco o da poeti maledetti, non corri in bagno a strapparti le vesti, non piangi per strada (oddio, è capitato anche quello in realtà) è una tristezza subdola e sottile, che ti accompagna durante tutta la giornata. É mancanza di entusiasmo, insoddisfazione. É come un gas che si propaga e riempe ogni angolo. Una canzone di sottofondo che non noti finché non c’è silenzio. É lì mentre ti lavi i denti, quando afferri le chiavi per uscire di casa, in metropolitana, mentre prendi appunti, quando aspetti che il rosso al semaforo ritorni verde, mentre scoli la pasta e poi te la mangi. Fai le cose e pensi che non ti piace farle, parli con la gente e pensi di essere risultata idiota e di non piacere a nessuno, ti maltratti a ogni piccolo errore, ogni volta che ti spieghi male e vedi l’interlocutore fare le smorfie, ogni volta che spendi più di quanto dovresti, non ti perdoni nulla, il prof parla di libri e a te viene in mente che hai sprecato gli anni del liceo leggendo pochissimo e che quindi sei molto indietro coi classici, un amico ti racconta di una serata e ti vorresti prendere a pugni perché non esci abbastanza quindi non vivi abbastanza. É una tristezza che si porta dietro paranoia, stanchezza, indolenza, voglia di autosabotarsi e poi sensi di colpa cocenti se ci riesci. Quando hai mal di testa e prendi una bustina di nimesulide e senti che il dolore è passato, non è più tanto presente, ma senti anche che è lì, stordito dal farmaco, acquattato in un angolo pronto a tornare. É così. Non so se adesso sia meno invasiva rispetto a prima o se semplicemente io sia diventata più brava a gestirla, a spingerla in fondo al mio cervello e a fare comunque quello che devo, a non pensarci e a cercare di non farmi cogliere di sorpresa, ma fino a qualche tempo fa era invalidante. Forse semplicemente mi ci sono abituata. Il che è un po’ triste.

Non ho una bella conclusione edificante per questo post, non ho una frase ad effetto per dirvi che la vita in fondo è bella e che dobbiamo imparare a combattere, nessuna massima sulla felicità, non stavolta. Volevo solo raccontare. Sono in uno dei miei periodi tristi, dopotutto.

La lavatrice come cifra dell’adultità

Sono Priscilla, ho 22 anni suonati e oggi ho fatto un macello con la lavatrice. In pratica -non ho idea di come- ho fatto saltare la centrifuga ai panni, li ho estratti zuppi, li ho strizzati con le lacrime agli occhi, li ho piazzati sullo stendino in corridoio. Nel panico, mi sono resa conto che gocciolavano. Letteralmente. Sul pavimento. Ci ho piazzato sotto dei vecchi asciugamani ingrigiti e ora sono qui al buio in camera che prego che si asciughino quel tanto che basta per smettere di gocciolare prima che finiscano per allagare il corridoio. Il maglione grosso l’ho steso direttamente nella vasca. In un momento imprecisato di questa disperata corsa contro l’acqua ho scritto su whatsapp a mia madre. La soluzione, perfetta e spietata, è arrivata quando ormai mi ero arrangiata. “Rimettili a fare solo la centrifuga, c’è il programma apposito”. Troppo tardi, madre. Ormai sono a letto, schiacciata dalla vergogna e dal senso di incapacità. Questa della lavatrice, diciamolo, è la goccia (ah-ah) che ha fatto traboccare il vaso. La verità è che sono inabile nello svolgere delle mansioni elementari e che dovrei padroneggiare da anni. Dopotutto vivo da sola da quando ne ho 19. La verità è che io non mi sento affatto adulta a un’età in cui mi si comincia a richiedere adultità, e questi piccoli episodi (che accadono di continuo – a poche settimane fa risale il mio primo approccio con la cucina a induzione e la lavastoviglie, una roba che nemmeno Piero Angela narrandovela saprebbe rendere dignitosa- ) me lo ricordano, lo sottolineano, non mi permettono di abbassare la guardia un secondo. La verità è che adesso che ho iniziato la magistrale mi sento molto più vicina di quanto vorrei al mondo del lavoro. E più mi avvicino più mi sento una cinquenne buttata nell’arena, più mi avvicino più mi rendo conto di non sapere fare assolutamente nulla di mercificabile. Non ho esperienza e senza esperienza non ti fanno fare esperienza. Non sono spigliata abbastanza da sopperire all’inesperienza col senso pratico o con le conoscenze. Mi sento nuda in piazza o una di quelle persone molto stupide che si fanno inseguire dai tori durante quella cosa molto stupida in cui dei tori vengono sguinzagliati per le vie della città. Non capisco cosa devo fare, cosa voglio fare, come riaggiustarmi. Io non so di chi sia la colpa, probabilmente è mia. Probabilmente avrei dovuto pensarci prima, fare esperienze all’estero, imparare a scrivere un curriculum, infilarmi in qualsiasi cosa mi permettesse di fare qualcosa. Qualcosa. Ma qualcosa cazzocosa? Le occasioni le ho tutte perse. Diciamo pure che non le ho mai nemmeno cercate. Mi sono cullata. Mi sono cullata sui miei buoni risultati, sulla mia pigrizia, sull’appoggio dei miei genitori. Mi sono cullata per così tanto tempo che adesso che sono ferma, in piedi e mi guardo attorno non capisco quale sarà il prossimo passo.
(Mia madre mi suggerisce di metterci delle vasche, sotto ai vestiti gocciolanti, al posto degli asciugamani, è una buona idea, lo faccio.)
Io non voglio parlare a nome di una generazione, anche perché scommetto che nel mondo ci sono milioni di ventiduenni molto più abili, spigliati, sfacciati, coraggiosi, lavoratori, volenterosi, vissuti di me. Io voglio esprimere una condizione nuova che sto vivendo e che non mi aveva mai colpita con così forza come adesso. Vorrei fare qualcosa e mi sento mille pressioni addosso ma ho paura, sono pigra, è molto più facile pensare “prima o poi troverò qualcosa prima o poi avrò voglia di trovare qualcosa”, sono paralizzata ma consapevole di esserlo e di non potermelo più permettere. In poche parole, non sono ancora nemmeno lontanamente adulta, qualunque sia la mia concezione distorta di adultità. E come se non bastasse non so fare la lavatrice.

Per prendere i big likes su facebook serve una foto con Cracco

Il venerdì era iniziato in maniera normale. Dirò di più, era iniziato bene. Avevo davanti a me la prospettiva di passare il pomeriggio in compagnia di una persona molto bella, gatti cicciotti, cheesecake. Il sogno. Poi una mia amica mi inoltra un messaggio. Cena + dopo serata tutto pagato in un locale di Milano in compagnia di un giornalista Rai (?), un ex calciatore francese (?), il fotografo e il selezionatore di Miss Mondo Lombardia (????). Ho letto il messaggio più volte, un po’ stranita, cercando di capire dove stesse l’inghippo. Mi sono buttata in doccia e ho stilato mentalmente una lista di motivazioni a favore e contro. Seguendo l’esempio di Hannah Horvarth di Girls, mai lasciarsi sfuggire una situazione surreale e potenzialmente assurda di cui scrivere. Gratis, poi. Però non ho assolutamente vestiti adatti, quanto sarò a disagio da 1 a 556 in mezzo a ragazze fighe che vogliono partecipare a Miss Mondo Lombardia? Alla fine, pregando Lena Dunham di indicarmi la via, ho accettato. La mia amica si era un po’ informata e la serata sembrava una cosa normale, una consuetudine. E, dopo cena, avremmo potuto benissimo allontanarci e fare quello che ci pareva. Insomma, non eravamo in alcun modo vincolate. Mi ha prestato dei vestiti pazzeschi. Un body con lo scollo a barca e dei pantaloncini a vita alta, e via.

Arrivate al locale non avevamo ancora idea di cosa ci aspettasse. Il posto è molto kitch. Luci soffuse, sedie trasparenti, soffitti neri glitterati + grossi lampadari rosso fuoco. Sul tavolo maschere e trombette che erano lì per il carnevale ma che davano al tutto una vibrazione da locale per scambisti misto alla saga di 50 sfumature. Tra l’altro, siamo arrivate per prime. Nei tavoli vicini l’età media vagava tra i 40 e i 45. Uomini pelati urlanti in mascherine di carta laminate. Una roba che non auguro a nessuno.

In 20 minuti di attesa abbiamo formulato le ipotesi più assurde e immaginato le serate più improbabili. Alla fine, sono arrivati.

La prima persona che ho visto è stata quest’omino di 45 chili con la faccia affilata, il naso aquilino, gli occhiali, i capelli con la riga in mezzo e l’auricolare. L’organizzatore della serata, colui che si era occupato di Trovare le Ragazze per riempire il tavolo di questi Pezzi Grossi. Subito dopo di lui e insieme a lui tre ragazzine. Poi i Pezzi Grossi. Quattro tizi trentacinquenni due dei quali molto alti, con la barba. Arrivano altre ragazze, inizia la cena. Si chiacchiera. Si mangia. Si sottolinea con particolare insistenza che loro erano Fotografo Organizzatore Calciatore Giornalista. I bicchieri sono sempre pieni di vino bianco. Battutine continue sul fatto che io e la mia amica studiamo e basta, “nient’altro? Praticamente non fate nulla” e “e cosa fate finta di studiare quindi?” “ah voi potreste fare le modelle ma siete troppo intelligenti” e altra roba assolutamente senza senso volta a Irretirci nella loro rete di Pezzi Grossi, a rendersi appetibili, forse anche un po’ a sminuirci e a metterci a disagio per cercare di farci aprire. Perché io al disagio di solito rispondo esagerando e raccontando gli affari miei, per stemperare. Mi sento un po’ intimidita e sotto pressione. Voglio fare bella figura, non so neanche perché. Più si beve, più la situazione diventa ridicola. Il Giornalista, poi rivelatosi un nato ricco figlio di papà che gestisce un’industria farmaceutica con la passione per la televisione e la radio che aveva presenziato in sala stampa a Sanremo, inizia a sciorinare conoscenze importanti. Ci dice in tutta confidenza che il vip la cui foto gli ha fatto acchiappare più like su facebook è quella con Cracco. Quando gli dico che vivo a Milano da solo un mese commenta così “Milano non ti ha ancora scoperta, quando ti scoprirà farai il botto” che non vuol dire assolutamente nulla. Il Calciatore francese è nato ad Alcamo, il Fotografo ha due divorzi alle spalle. Il clima si fa viscido. A quel punto di fare bella figura non mi importa neanche più. La musica diventa assordante, per parlarci urliamo. Le ragazze davanti a noi, sicuramente più piccole di noi, sembrano inconsapevoli dello spettacolo di umanità varia che si sta consumando attorno al tavolo. Si fanno i selfie, videochiamano qualcuno (o fanno una diretta su instagram?), provano le mascherine. Vengono sfottute, anche, dai Pezzi Grossi per i loro capelli, il loro modo di vestire, il loro atteggiamento. Non sembrano farci caso. La cena finisce, si sposta il tavolo, ne viene posizionato un altro, più basso. Arriva lo champagne coi cosi luminosi, la vodka. Sulle storie di instagram ci stanno da dio, c’è da dire. Fa un caldo che si scoppia, il Giornalista che è tutto tranne che un giornalista comincia a tentare un approccio con la mia amica in maniere più o meno patetiche, mentre il Fotografo non so ancora se semplicemente abbia cercato di allontanarmi dalla mia amica per dare spazio al suo amico o se ci stesse provando un po’ anche lui. Decidiamo di stare appicciate e di non perderci mai di vista. I Pezzi Grossi sembrano capire l’antifona. Mi siedo un attimo sui divanetti perché il caldo si è fatto insopportabile e probabilmente ho anche la pressione bassissima come mi capita fequentemente essendo una cagionevole principessa del 600 e lì il culmine. Come raccontatomi dalla mia amica, io non ho visto nulla, davanti a me solo una foresta di gambe e collant, una delle ragazze le si avvicina e dice “dai che ora facciamo il video”, il grande Organizzatore di tutte le cose si mette in mezzo a loro, qualcuno fa partire un cellulare, si struscia, nessuno batte ciglio, le ragazze sembrano abbastanza abituate, si fa filmare in mezzo alle ventenni, perché a quello serviva la serata, a sentirsi figo in mezzo alle ragazzine in cambio di un piatto di conchiglie al pomodoro e dei cosi luminosi. A quel punto abbiamo bisogno di prendere una boccata d’aria e di allontanarci. Ce ne stiamo fuori, mi riprendo, respiro. É ancora molto presto, ma da loro non ci vogliamo tornare. Ridiamo della loro disperazione da trentacinquenni che credono di avere chissà che ascendente su di noi Giovani Fanciulle Ingenue con presunte velleità nel mondo dello spettacolo per via dei loro soldi e dei loro ruoli, ci spostiamo nella sala accanto. Non riesco a spiegarvi il sollievo. Una sala normale, di gente normale, che balla, che si diverte. Studenti, signore, chiunque. Si respira. Nessuno crede di poter avanzare pretese su di te perché Importante, qualcuno si avvicina e se gli fai capire che non c’è trippa per gatti, si allontana senza esitazione. Che bella la gente normale raga, che belli i poveri.

Copenhagen #3

In colpevolissimo ritardo, ecco la terza e ultima puntata (la prima, la seconda) di questa cosa che sto facendo di scrivere quello che ho fatto in viaggio per il puro piacere di scrivere e per ricordare visto che ho la memoria di un pesce rosso e già non ricordo più dove stavo andando a parare, che si chiama Andiamo a fare brunch nei quartieri hip e poi ficchiamoci in parchi inquietanti. Andiamo con ordine. Domenica mattina, ultimo giorno, pioggia. Ce la siamo presa comoda, siamo uscite di casa tardi, abbiamo deciso di andare ad esplorare Norrebrod, quartiere hipster cool hip top alla moda, quartiere coi giovani, quartiere coi brunchS domenicali, con mille localini, con la gente con la barba e le bici. Il quartiere in cui andremmo, di comune accordo, a vivere se mai ci trasferissimo a Copenhagen. Camminando sotto una pioggerella fina fina di quella che ti entra pure nelle narici di quella che non te ne accorgi e hai acqua pure nei calzini, abbiamo discusso di mirabolanti start up con cui diventare mostruosamente ricche e di pizza.

La prima tappa di questa domenica all’insegna della spensieratezza e della leggerezza è stata ovviamente il cimitero monumentale, che ospitava in ordine sparso le tombe di Hans Christian Andersen, una famosa musicista dance, un chitarrista, Søren Kierkegaard. Ripeto: pioggerella, cielo grigio, cimitero. Credo di aver vissuto il momento più goticofilosofico della mia vita quando ho fissato intensamente la tomba di Søren del mio cuore per tipo 50 secondi con la pioggia dietro tutto nero tutto scuro. Avete presente quando ti colpisce la consapevolezza che in quel posto c’è quello che resta delle ossa del padre dell’esistenzialismo e non è tanto il luogo ma quello che ci senti attorno, una mente geniale che ha fatto la storia della filosofia. E tu sei lì, sulla tomba di famiglia, che fissi vacua la lapide e anni e anni di storia della cultura mondiale sembrano scorrere davanti ai tuoi occhi e tu vorresti fare qualcosa per dimostrare che lo sai, che lo apprezzi, che la mente umana è una cosa che sa essere meravigliosa e chi scrive e studia e soffre riesce a vivere per sempre. Ha senso? É stato molto suggestivo però.

Poi ci siamo messe alla ricerca di un brunch. Abbiamo tentato in vari locali, nessuno ci convinceva, un paio erano pure pieni. Alla fine, per caso, abbiamo trovato un posto pazzesco. Ci siamo sfondate di cibo spettacolare, l’ambiente era accoglievolissimo e per niente snob, le cameriere simpaticissime. Si chiama The Laundromat Cafè. Ci sono le lavatrici a gettoni rossi, mille foto e quadri alle pareti, arcobaleni e vibrazioni positive. Voto 10+. Quella miscredente di mia madre (ciao ma) vista la foto del piattone di roba che avevo davanti ha osato mettere in dubbio tutto ciò in cui credo (il cibo buono) chiedendomi “ma ce la fai a mangiarlo tutto?” MA ALORA, MA LA MANCANZA DI RISPETTO. Siamo uscite da lì veramente soddisfatte e anche ripiene come due bellissimi bellissimi tacchini, abbiamo deciso di camminare un po’.

Ce ne siamo andate a zonzo, infilandoci in parchi, casette con le scale arcobaleno, guardando tutta la street art e le installazioni fotografiche che trovavamo. Guardandoci attorno e (io) leggendo ad alta voce tutte le insegne buffe (sono una persona molesta e ai danesi piacciono i nomi dei ristoranti coi giochi di parole, una roba ignobile, THAI ME UP, ristorante tailandese) abbiamo praticamente attraversato la città. In un momento di alto patriottismo di cui vado particolarmente fiera, abbiamo cantato Ti scatterò una foto e Sere nere del Tiziano nazionale, così, per esportare un po’ di cultura italiana all’estero. Sono sicura che i danesi, popolo educato, pulito, accogliente, sapranno apprezzare questo nostro riconoscente dono e ne faranno tesoro, conservandolo per sempre nei loro cuoricini nordici e biondi. Breve giro in centro a comprare le cartoline (che fa non gliela porti una cartolina a nonna? Siamo -sono- spiantata mica incivile) e via, a casa, a bere vino rosato, birra danese scrausa, patatine alle arachidi guardando la Bella e la Bestia. Copenhagen, ci mancherai. Sei stata bella e anche di più.

Copenhagen #2

Eccoci qui con una nuova appassionante puntata di Lilla viaggia e ve lo fa sapere fino alla nausea per vendicarsi di anni e anni di angherie subite sui social e di foto di mare in piena sessione. Qui la prima.

La puntata di oggi si intitola Quella volta che pioveva e siamo state 2 ore in un Disney store a piangere perché la roba costava veramente troppo. Ma andiamo con ordine. Ore 08:00, suona la sveglia, la stacco di brutto. Ore 08:30, suona la sveglia, stavolta mi smuovo. Tè alla menta, biscotti con gli smarties, zainetto in spalla e via, si va, piene di vita e volenterose come i 7 nani di Biancaneve che in realtà erano bambini sfruttati nelle miniere, e vabè. Si va in centro, al castello di Rosenborg, che tutto intorno ha un fossato con le papere e un parco innevato con delle statue di ninfe tra le foglie. Molto bello. Al castello di Rosenborg inizia il cambio della guardia. In breve, dei pupazzetti che sembrano tutti il Soldatino di piombo (dio che pianti che tristezza ma potevate crescerci con sta roba?) ma con un’alta moffetta morta in testa fanno delle marce avanti e indietro e suonano i tamburi e i flauti traversi e si spostano da questo castello a un altro castello, quello di Amalienborg, e lo fanno marciando suonando e trascinando i turisti lungo una via piena di negozi fighi (sicuramente una mera casualità blink blink) per una mezzoretta. Arrivati ad Amalienborg, sede principale della famiglia reale danese, questi soldatini di piombo di blu vestiti stanno lì impalati per minuti e minuti, fissandosi. Giuro. Esasperate da questa immobilità, siamo andate alla Frederiks kirke, la chiesa di marmo, che è tonda, ci sono due organi e da fuori è molto imponente. Non so molto altro perché in realtà la chiesa era un pretesto per sederci al caldo e consultare una guida sui migliori Smørrebrød della città. Lo Smørrebrød è una sorta di panino aperto, o meglio, una fetta di pane scuro ai semi con chili di roba sopra. Dopo aver usato la casa del signore per farci un po’ gli affari nostri, deluse dalla mancanza della cosa più sacra di tutte, il wi-fi, in un luogo così sacro, siamo andate  a mangiare in un caffè lì vicino. Ne abbiamo presi due a testa. Uno con una cotoletta di pesce, maionese e caviale (Rich Girl plays in the distance) e un altro con patè di fegato, bacon e funghi. Il patè di fegato è un’esperienza raga, un’esperienza. Non l’avevo mai mangiato, puzza di morte, ha una consistenza rivoltante ma alla fine te lo pippi uguale. Non sai come, non sai perché, ma diventa pure piacevole. Mistero. Dopo questa pausa pranzo curiosa frizzantina e affascinante, arriviamo a quello che per me è stato il momento clù della giornata. Il museo del design. DESIGNMUSEUM DANMARK. A due passi da lì, ospita diverse collezioni fisse su, nell’ordine: giochicchi componibili in legno, influenza del giappone sullo stile danese e nordico, vestiti, sedie e sedie. Un mucchio di sedie, talmente tante sedie che abbiamo concordato che se mai dovessimo farci un tatuaggio per ricordare quest’esperienza sarebbe una sedia. Mobile simbolo di una nazione e sostegno di molteplici sederi. La sedia. Comunque è stato bellissimo. Cosa prefe una sorta di scatola sospesa. Tu ci infilavi la testa dentro ed era pieno di quadratini girevoli in legno (non mi so spiegare) che da una parte erano specchi, dall’altra avevano appiccicate sopra cose di materiali diversi da toccare e da guardare. Eri con la testa lì dentro, cirocondata da cose e specchi. E in più c’era l’effetto sorpresa. Ho messo le mie luride mani su ogni quadratino girevole emettendo ogni volta degli OOOOH e AAAAAAH. Anche lo shop all’interno del museo era bellissimo, non il classico shop con souvenir pacchiani ma roba figa, roba di qualità, roba che costava il fegato di cui era fatto il patè precedente. E poi, al museo del design, c’era il wi-fi. Acqua per gli assetati, cibo per gli affamati. Amen.

Uscite da lì, dopo 2 ore e mezza, con gli occhi pieni di scatolette di legno, sedie e colori, pioveva. Allora, dimostrandoci del tutto estranee alle vili tecniche di manipolazione dei turisti architettate la mattina stessa dai malvagi soldatini di piombo in blu, siamo tornate sulla via coi negozi fighi. Cercavamo Tiger perché 1) è danese 2) E SE CI SONO COSE PIÚ FIGHE RISPETTO AI TIGER ITALIANI???? Dovevamo sapere, ci siamo inoltrate. Coraggiose, contro gli elementi avversi, contro Zeus raccoglitore delle nubi e dispensatore di fulmini. Dirette, decise, determinate. Nella nostra marcia ci siamo fermate anche in un paio di negozietti che da fuori sembravano colorati. Nell’ordine: Søstrene Grene, tipo Tiger ma più fancy e pieno di lecca lecca (ci ho comprato un block notes coi coniglietti, dei lecca lecca -duh-, una mini bottiglia di pinot grigio con la stagnola rosa, una simpatica cartolina); Normal, un negozio che è tutto e niente. Tipo Acqua e Sapone incontra macchinetta del cibo spazzatura al liceo incontra duty-free. Non ho comprato niente ma ho ponderato acquisti sconsiderati tipo turbante in microfibra per asciugare i capelli, confezione da mezzo chilo di Maltesers, rossetto violablu matte a 2 euro; Disney store, un semplice Disney store come in Italia ma che si è rivelato esilarante perché siamo state lì dentro due ore a provare maschere, abbracciare piangendo costosissimi set da tè della Bella e la Bestia (che cantavano), lamentando la discriminazione che troppo spesso gli adulti subiscono all’interno di questi negozi. Dove sono le mie infradito di Moana numero 38? Dove le mie mutande degli Avengers taglia 42? Eccetera. Tiger intanto non si trovava. Arrese e molto molto bagnate, stavamo per tornarcene sui nostri passi e cosa ci si staglia davanti in tutta la sua inutilità made in Danimarca? Ma Tiger, ovviamente. Vedi i casi della vita, signora mia. Il destino. Alla fine Roberta, luce dei miei lombi, decide di regalarmi il vinile di The Suburbs (qui in Danimarca da Tiger ci sono i vinili, in Italia pure? Non ricordo). Ringalluzzite e col vinile sotto il braccio ci avviamo all’uscita. Ma siamo super stanche, troviamo una magica M parlante che ci dice più o meno “siete delle minchie, prendete la metro per tornare che piove e la zona ormai la sapete a memoria”, dimostrando velocità nell’apprendimento e un’indipendenza fuori dal comune, pigliamo la metro. Nella direzione giusta. Cittadine del mondo.

Siamo nel nostro appartamento a Christianskaldhfrgsuhkrd. Ci prepariamo una versione un po’ italianizzata dello Smørrebrød, col formaggio fuso e la coppa. Onesta appropriazione culturale. Per finire in bellezza questa giornata, decidiamo di vedere Ho voglia di te. Il sole tramonta, la luna si spegne. Gin e Step si perdonano. Domani ci aspetta un’altra giornata in questa città. Tutto è bene quel che finisce bene.

Copenhagen #1

Questa è la storia di una ragazza e di una città. Facciamo entrare la città.

Roberta mi ha regalato (ci ha regalato) questi biglietti per Copenhagen. Se mi leggete su tuitter sapete quanto ero emozionata e quanto aspettavo questo momento. Oggi finalmente vi siamo giunte. Stanche morte, per mezzo di un’avveniristica metropolitana in superficie e dopo non poche preoccupazioni dovute dalla faccia della gente quando chiedevamo indicazioni per raggiungere il quartiere in cui alloggiamo (Christianshavn). L’alloggio, preso su AirBnb, è molto carino. Potete vedere qualcosa sul mio profilo instagram (@thispigeon). La proprietaria ha dipinto tutto i quadri appesi alle pareti.

Siamo subito uscite a cercare la sbobba per mandare avanti i nostri giovani ma molto stanchi corpi. 10 minuti nella neve ma sotto il sole e inondate da una luce chiara e fredda pazzesca oggetto di tutti i miei sogni bagnati a tema galleria instagram perfetta ed eccoci al Copenhagen Street Food, o anche un grande magazzino che dà su uno dei tantissimi canali pieno di banchetti colorati che propongono cucina da tutto il mondo. Una roba tipo Mercato Centrale di Firenze ma più easy, per capirci. Dopo aver gironzolato ponderando l’acquisto di, nell’ordine 1) super hot dog danesi pieni di ogni ben di dio 2) spring wrap molto instagram e molto colorati 3) stufato di renna 4) hamburger di salmone e patate dolci fritte abbiamo optato per l’hamburger (era molto buono).

Ma dopo pranzo ecco la rivelazione della giornata: Fristaden Christiania. Merita un’introduzione praticamente copiata da Wiki, che a sua volta merita il titolo di fonte ufficiale ma momentanea, visto che ho intenzione di approfondire la cosa autonomamente. Christiania è una comunità semi indipendente parzialemente autogovernata fondata nel 1971 a seguito dell’occupazione di una base navale da parte di hippies e anarchici pacifisti. La polizia non ha nessuna autorità, a Christiania. Qui si vendono droghe leggere in piccoli chioschetti, si fanno attività d’artigianato, spettacoli, nascono asili, centri ricreativi, saune. É una sorta di esperimento utopico, unico al mondo. Ci sono delle regole molto severe. No foto, no droghe pesanti, no automobili, no urla. Ha una propria bandiera (tre puntini gialli su fondo rosso) e un proprio inno. Noi siamo entrate dal lato sbagliato, ci siamo perse temo i chioschetti di droga e il famoso cancello d’ingresso, ma è stata un’esperienza pazzesca comunque. Tutta la parte che dà su quello che non sono certa se sia un lago o semplicemente la rientranza di qualche canale appare come un governo di bambini, un ibrido riuscitissimo di Where the Wild Things are e la scena dell’autobus nel bosco di Swiss Army Man. Capanne addobbate con peluches, mosaici, dipinti e giocattoli coloratissimi, grosse scritte colorate che recitano QUESTA É UN’AREA RISERVATA, GLI ADULTI NON POSSONO ENTRARE, alti pali della luce usati come una guida della fauna del luogo, con tanto di lista e immagini dipinte. Su una piccola sponda del lago, un tripudio di offerte di fiori, bandiere della comunità ovunque, quasi come in quelle celebrazioni indiane in cui ci si purifica nell’acqua e si mettono a galleggiare barchette di fiori. Sull’acqua le più svariate tipologie di piccole abitazioni in legno di tutte le forme, biciclette ovunque, decorazioni alle finestre, tende, panchine delle fogge più curiose. Quasi tutte deserte. Nel silenzio, il rumore delle papere, dei cigni, dei picchi. Mai vista una cosa così. Ci sarebbe stata la possibilità di fare qualche scatto furtivo ma onestamente non me la sono sentita di violare così, per l’instagram, quello che loro chiedono in cambio di un pomeriggio in quel loro strampalato coloratissimo modello di vita che gioca sul confine tra film indie, squallore, semplicità, governo di bambini, rispetto per la loro particolarissima utopia e gioco. In più, mi piace pensare di tenere stretto questo segreto, questa comunità magica e testarda, e di condividerlo solo con quelli che come me l’hanno visto. E con voi, naturalmente.

Dopo Christiania ci siamo recate nella zona più strettamente centrale, sul porto, sul lungo canale. Dove ci sono le imbarcazioni caratteristiche e le casette colorate, per intenderci. Lì abbiamo girato in lungo e in largo per trovare la Sirenetta (Den lille havfrue) perché va bene il turismo intelligente va bene la comunità utopica anarchica che mi fa rivivere i sogni da bimba hipster devota a Spike Jonze ma io sono a Copenhagen e un selfie con la Siry lo volevo moltissimo. Lo ho ottenuto. Tra l’altro, nel recarci nell’angolino del porto in culo a dio in cui è appollaiata Siry, che si merita una collocazione più degna, abbiamo beccato 1) un’inspiegabilmente brutta riproduzione del David di “Michel Angelo” (sulla targa era scritto così, se qualcuno sa contestualizzarmelo vi prego mi scriva) 2) una chiesa anglicana e accanto una fontana con una statua cazzutissima women power feminism is dope di una donzella nuda che trainava un carro con mille tori e comunque stava vincendo lei che poi ho googlato e in realtà era Gefjun, una donna avida che per avere l’isola della Zelanda ha trasformato i suoi figli in buoi, e vabè 3) un’insenatura del canale piena così dei gabbiani stupidi di Alla ricerca di Nemo 4) una nave che si chiama Lille molto meno bella di una nave con le vele rosa che ha salvato un botto di ebrei il cui nome però non somiglia al mio e quindi 😦

Sulla strada del ritorno ci siamo ficcate in una bottega a comprare biscotti, dentifricio e pane tipico, che abbiamo accompagnato al burro salato e al tè alla menta per una merenda oserei dire fusion. La prima giornata è finita così, a googlare i posti in cui andare domani (spoiler: Designmuseum Danmark) e a stropicciarsi gli occhi. Adesso sono qui, novella Carrie di Sex And The City che scrivo questo post al buio. Roberta, mia compagna di avventure, spronatrice professionista, donna dalla pazienza instancabile che ascolta tutte le mie chiacchiere entusiaste al limite della psicosi, dorme. Tra poco dormo anche io. A domani.

In difesa delle lauree in lettere

Questo non è un post che elenca gli innumerevoli vantaggi del greco e del latino, questo è un post di me che tratto male gli sboroni snob con quell’ironia macchiata di malcelato senso di superiorità che troppo spesso contraddistingue noi (sì, noi, ho la laurea, pussa via) del settore. Non è vero, non è neanche quello, è uno sfogo.

Da quando ho deciso che avrei studiato lettere, quindi una roba come 4 anni e mezzo fa, ogni volta che lo comunico a qualcuno le reazioni variano dal “come sei coraggiosa” come se stessi partendo per il Vietnam zaino in spalla e coltello tra i denti al”ah, bello” + espressione di disgusto come se fossi uno scarafaggio spiaccicato sul marciapiede, “ah allora in che anno tizio ha scritto roba?” raga ma che ne so, “uuuuh brava” con la faccia di chi parla a un bambino con difficoltà nell’apprendimento che dice di aver imparato a contare fino a 15.
Lettere è una scelta facile, a lettere leggi e basta, a lettere si fa la roba del liceo, a lettere ti basta leggere, non devi fare esercizi, non devi capire concetti. A lettere ci vai perché vuoi insegnare e perché a 8 anni ti piaceva leggere. Scrivevi le poesie nel tuo quadernetto segreto? (Spoiler: sì, un botto) A lettere poi si vestono malissimo. Maledetti radical chic. Tutti comunisti. Tutti brutti. E poi non trovano lavoro. Secchioni. Sfigati. Non fanno altro che grattarsi il culo. E rosicano perché quelli che studiano Roba Vera (economia, medicina, non lo so) loro sì che cambiano il mondo, loro sì.

Ora che devo dire alla gente che ho intrapreso una magistrale che mixa insieme elementi di editoria, lettere, comunicazione e storie e tecniche della moda, non ne parliamo. Una femminuccia che studia i vestitini. Snobbata pure dai letterati puri e duri che vivono nella loro torre d’avorio a farsi i pippotti a vicenda.
Io ho scelto lettere non perché avessi voglia di spiegare a degli adolescenti coi bubboni che Pirandello era un genio e che no, non sarebbe stato meglio se Dante avesse consumato con Beatrice e si fosse fatto una vita, io ho studiato lettere perché quando leggo qualcosa di bello, quando leggo una poesia, un brano, un libro, quando guardo un film io mi commuovo. Il cuore mi scoppia nel petto e penso che la vita vale la pena di essere vissuta e secondo me la società ha bisogno che tutti sperimentino questi momenti, almeno una volta al mese, almeno una volta al giorno. Io ho scelto lettere perché mi piace ripetere a chiunque sia disposto ad ascoltarmi che secondo me un’entità superiore esiste, perché non può essere che le menti che abbiano creato la poesia debbano finire e non può essere una cosa meramente terrena, che dipende da boh gli stimoli nervosi e dalle celluline del cervello (parlo di scienza come se fossi alle elementari perché purtroppo non ricordo altro, grande pecca di Noi Laureati in Lettere, rimedierò). Io ho scelto lettere perché è l’unica cosa che mi piace davvero. Ho scelto lettere e poi ho un po’ corretto il tiro, ho sentito il bisogno di scegliere qualcosa di più strettamente moderno e pragmatico per mettere a frutto le mie basi. Senza perdere l’imbastitura umanistica. Quello mai. E se non troverò lavoro e dovrò vivere sotto i ponti o accontentarmi di un altro impiego o fare mille anni di gavetta allora va bene così. Coi miei bei librini sotto un braccio. Ci ho provato. Ho provato a vivere della mia passione in un periodo storico tutto sommato triste in cui le passioni vengono rilegate ad hobby perché c’è da guadagnare. Non vi riguarda nella maniera più assoluta.

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.