Cinema, Riflessioni

Lilla Ha

C’è Frances, una ballerina un po’ goffa, molto tenera nella sua inettitudine, sempre molto occupata, mica disordinata, una di quelle persone che dice cose imbarazzanti e sconclusionate alle cene tra adulti, che non si considera nemmeno adulta e in ogni caso avrebbe probabilmente difficoltà a comportarsi come tale, sempre lì a delirare sul vero amore e di come vorrebbe andasse la sua vita, sempre vestita in maniere poco consone, una di quelle persone che le guardi e pensi “non è stupida, manca semplicemente di senso pratico”, che si contrae e arrabatta nella Grande Mela per cercare di vivere e sopravvivere, che prende delle belle batoste, delle gran mazzate sui denti ma è sempre lì a sorridere e a nicchiare, “no, macché, sto benissimo, alla grande, ye”, che parte all’ultimo momento per Parigi paga con la carta di credito ci sta un giorno e mezzo non vede assolutamente nulla e poi le resta il conto da pagare per mesi.
E poi c’è Sophie, la sua migliore amica, che invece è molto precisa. Ha un bel lavoro, si veste da adulta, lascia il lavoro per seguire quello del suo fidanzato a Tokyo che comunque guadagna abbastanza per entrambi e probabilmente è ricco di famiglia, lo sposa pure, anche se non vuole, perché ormai cosa deve fare. Ha del senso del dovere, sa che è una donna adulta e che quindi deve prendere Decisioni Sensate. Non dice cose stupide alle cene, probabilmente ha una bella casa e degli amici super fighi. La guardi e pensi “oh mio dio, questa ragazza legge sicuramente moltissimo”.
Probabilmente sono un po’ una Frances, lo sarò anche a 27 anni, da “adulta”, lo sarò sempre. E mi va benissimo così.

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Riflessioni

Se questo fosse un telefilm

Se questo fosse un telefilm, e se io lo stessi guardando proprio adesso, lo troverei molto emozionante. Una scena da manuale di uno quei telefilm un po’ hipster che mi piacciono tanto. So anche come mi piacerebbe fosse girata, una scena così.
Primo piano: una scrivania piena di cose. Grossi libri fotocopiati e rilegati, chiaramente universitari, trucioli di matita. Cose che non c’entrano, fuori contesto, poggiate lì per pigrizia in attesa forse di una sistemazione migliore: una accendigas rosso, un rotolino adesivo per togliere i pelucchi dai vestiti, un pacco da 5 di Pocket Coffee ancora chiuso. Una copia economica e coloratissima de Il Fu Mattia Pascal, un blocco molto grosso di post-it colorati, il vecchio porta penne di Topolino del liceo, aperto. Un grosso manuale di Storia dell’Arte in attesa di essere studiato. Al centro, un grande blocco da disegno ad anelli, aperto. Un pacco di matite aperto sul librone di Storia dell’Arte, un paio di portamine e una grossa gomma da cancellare bianca.
La nostra protagonista è una ventunenne con degli improbabili capelli blu, mai troppo belli, un po’ da macchietta. É rannicchiata sulla sedia, le ginocchia al petto e appoggiate alla scrivania, la schiena molto curva, un paio di grosse cuffie rose in testa che accentuano l’immagine della macchietta, del cartone animato. Le cuffie sono collegate a un malconcio e molto costoso computer portatile lasciato lì accanto, un po’ in bilico. Occhialoni, trucco vecchio di 12 ore, pantaloni del pigiama e t-shirt grigia, forse pure un po’ sudaticcia.
Sta tentando di disegnare qualcosa. Sta tentando di disegnare se stessa. Solita protagonista narcisista e egoriferita da telefilm hipster. Ha avuto una giornata difficile. Sembrava essere partita bene, in realtà. Poi di sera il solito tracollo. Lo spettatore lo sa bene, oramai la conosce. L’ansia, la tachicardia, la nausea, l’affanno. Si è innervosita senza motivo, si è scoperta molto irrequieta. Ha deciso di mettersi a disegnare. Non perché sia brava, tutt’altro, ma perché la rilassa, le dà l’impressione di star sfruttando almeno un po’ questo suo presunto potenziale di cui tutti le parlano da tutta la vita ma che lei ha visto molto poco, a sprazzi, come in lampi di luce.
A un certo punto la nostra protagonista, arroccata sulla sedia di legno, si scuote. Guarda il disegno, scrolla le spalle. La camera è fissa su di lei e sulla scrivania. La osserviamo come attraverso un vetro, come se la telecamera fosse la parete di fronte a lei.
Afferra il cellulare, le è venuto come un dubbio. Ci pensa da un po’ ma non ha pensato di controllare. Cerca un profilo, sembra essere ancora lì, vede l’icon familiare, lo apre. Un secondo e poi la conferma. Non esiste. La musica che prima si sentiva solo filtrare dalle cuffie comincia a salire di volume, lentamente.
Lascia il portamine verde sul blocco da disegno. Scoppia a piangere.
La canzone è Sometimes, dei My Bloody Valentine. Non la conosceva, mai sentita prima. PLAYLIST SCOPRI: NOVITÀ DELLA SETTIMANA. CREATA DA SPOTIFY.
La canzone sconosciuta sembra aiutarla a piangere, sembra perfetta. Chissà quanto ci hanno messo gli autori o chi per loro a sceglierla. E piange.
Pare che tutte le cose della giornata, della settimana, del mese forse le siano cadute sulle spalle. Resta lì, scossa da questi singhiozzi imbarazzanti, irrazionali. Pensa solo cose sconnesse, che lo spettatore non può sentire ma forse intuisce. Queste cose parlano un po’ di lei, un po’ del profilo che non esiste più, un po’ della tristezza cosmica del mondo. Si strofina le mani sugli occhi. Il trucco va dappertutto, gocce nere le scorrono lungo i polsi. Appollaiata su quella sedia di legno, le mani al viso come un gigantesco neonato. La telecamera si allontana ma rimane fissa, come se tirasse indietro lo zoom. La canzone sempre più forte. Titoli di coda.

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