Riflessioni

La terra degli aranci o quel che è

Io sono una siciliana ingrata. Mi spiego. Ho un rapporto molto strano con la mia terra (ecco, questa è un’espressione tipicamente siciliana LA TERRA MIA *agita il pugno come i vecchietti siciliani piegati sul bastone* -avete presente, dai) non vedevo l’ora di scappare, non mi sono pentita di averlo fatto, non credo di volerci tornare a vivere stabilmente una volta presa la magistrale, idealizzo tutti i posti perché tutti i posti mi sembrano migliori (scusa assessorato al turismo della regione Sicilia, giuro che poi migliora, continuate a leggere, e se state pensando di andare in vacanza in Sicilia andateci lo stesso) ci sono tante cose che mal sopporto e tante cose che mi fanno arrabbiare fino alle lacrime. Peró.

Una volta, avevo 13 anni, mi dissero “quando andrai al liceo (per andare al liceo ho dovuto fare la pendolare per 5 anni, sono temprata dal fuoco di mille viaggi in autobus alle 6 del mattino) capirai la vera importanza del paesino” ecco, io l’importanza del paesino ancora non l’ho mica capita. Non l’avevo capita allora, quando mi bastava mezz’ora di autobus per respirare aria nuova, e non la capisco adesso a 1600 chilometri di distanza. Importanza de che. La provincia italiana è (brutta) uguale ovunque. Però.

Quando mi chiedono se mi manca la Sicilia io dico di no. Io dico che se mi manca è perché lì c’è la mia famiglia, la mia camera, il mio passato prossimo, e se la mia famiglia si trovasse nel deserto allora mi mancherebbe il deserto. Chissenefrega. Il mare l’ho sempre visto poco e nemmeno mi piace, il sole mi dà solo fastidio, maledetto sudore. Però.

Sono una siciliana ingrata e anche un po’ atipica e se qualcun altro mi tira fuori quella storiaccia dei siciliani socievoli espansivi estroversi calorosi rumorosi io mi metto a urlare come le pazze e a rovesciare le sdraio nella piscina come Marissa Cooper. Però.

C’è che però quando scendo dall’aereo e guardo il cielo l’azzurro è diverso (ve lo giuro, lo noto tra un’imprecazione e l’altra per il caldo o l’applauso al pilota -che ha fatto solo il suo dannato lavoro, la prossima volta faccio l’applauso al cassiere del Conad quando mi dà il resto CLAP CLAP). C’è che però la Sicilia è quella di cui mi raccontano le mie nonne, la provincia di Palermo negli anni boh (40? Non ne ho idea, scusa nonna), lo scandalo, sicuramente più tardo, delle prime minigonne in paese. C’è che però in questo momento (sono le 06:53 del mattino e io sono su un autobus per Fiumicino, non so quando pubblicherò il post, nel dubbio voi immaginatemi molto bella e vestita bene in aeroporto -ho un meraviglioso cappello di paglia a tesa larga verdino) non riesco a non essere felice di tornare giù. Non per molto, che poi mi rompo i coglioni, però fremo. Sento un’energia diversa che pervade tutte le cose, l’immaginario filtro Sicilia su Instagram sarebbe luminosissimo.

La Sicilia è un posto particolare. Molto profondo, pieno di contraddizioni, segnato da ferite insanabili. Un sacco di solchi. Ce l’hai sempre dietro. Non smetti mai di essere siciliano, con tutte le cose belle e brutte che la cosa comporta. Mi va benissimo così. Adesso scusate torno ad ascoltare Taylor Swift.

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Accadimenti, Riflessioni

L’insalatiera della felicità

I fedelissimi di tuitter lo sanno già ma io ve lo voglio raccontare di nuovo. A circa credo metà gennaio (o febbraio? Boh, il tempo è relativo e siamo solo formiche nella galassia) ho letto su internet una roba e ho deciso di farla anche io ho avuto un’idea geniale.

Il 2015 per me è stato un anno terribile, per un sacco di ragioni, e ho giustamente passato tutto il mese di dicembre a dirlo a tutti su tutti i social network che i gloriosi anni 10 ci hanno donato. Non riuscivo a ricordare nemmeno un giorno felice di quell’anno infausto. Eppure per la legge dei grandi numeri se non un giorno ma almeno qualche ora felice sparsa qua e là doveva esserci stata, no? Ecco. Quindi ho afferrato un’insalatiera orizzontale (un bicchierone per insalate? WAT) acquistato mesi fa da Tiger e mai utilizzato e ho deciso di metterci dentro un bigliettino ogni volta che mi sento contenta per qualcosa. Anche solo un gelato (e ce ne saranno almeno 3 o 4 di biglietti con su scritto robe tipo GELATO MEGA BUONO BELLA PASSEGGIATA YEYE, sono una ragazza dai desideri semplici oppure una cretina che non ha mai superato i 5 anni) una giornata di sole, un complimento ricevuto, una soddisfazione accademica, un bel telefilm, un acquisto azzeccato. Insomma, ogni volta che sono contenta io prendo un bigliettino ci scrivo sopra data e motivo della contentezza lo piego e lo butto nell’insalatiera della felicità. In questi mesi ci ho pure messo un biglietto di treno e qualche scontrino (sì okay capitalismo e società consumistica ma io vi sfido a non essere felici per un reggiseno coi cupcake, dai, siamo onesti, il bigliettino ci voleva).

PRISCILLA MA PERKE FAI LA PAZZA FETICISTA CHE RACCOGLIE OGGETTI E FRAMMENTI DI VITA E LI METTE TUTTI INSIEME MA KE ANSIA. Ebbene, mia gentile controparte sgrammaticata e sempliciotta interpretata da me stessa per creare dinamismo e tenere gli spettatori incollati allo schermo lurido dei loro ifonz pieni di ditate unte, ho un sacco di risposte.
Lo faccio perché voglio ricordare, lo faccio perché a dicembre rileggerò tutto e mi sentirò immensamente cretina e ghignerò da morire e penserò “ah, allora ne è valsa la pena trascinarsi per un altro anno ancora in quel deserto di cocci di vetro chiodi e maledizioni alle divinità che è la vita”, lo faccio sopratutto per non vergognarmi più di essere felice. Io non so perché ma mi vergogno sempre molto di dimostrare felicità e contentezza, quasi non volessi dar soddisfazione alla vita, quasi fossi lì a mormorare SI OKAY CERTE VOLTE NON FAI SCHIFO VA BENE HAI RAGIONE TU col broncio, quasi non volessi darle ragione. Mi vergogno quando mi sorprendo a ridere per strada da sola, quando ballo in camera, mi vergogno sopratutto quando mi rendo conto che una persona qualsiasi, che sia un estraneo, un amico, una commessa gentile, mi sta aiutando in qualche modo. (Eh? Un essere umano che non sono io mi sta migliorando il pomeriggio?  Un sacco di carne e ossa e chissà che altre schifezze ha il potere di farlo? E se poi lo capisce? Io di sicuro non glielo dico. E non lo dico nemmeno a me stessa, non si sa mai. CIA puppamela, qua livelli di segretezza mai visti. Dan Brown fatti i cazzi tuoi.)

É molto sbagliato. Me lo dico da sola. Essere felici è bello, ammetterlo a se stessi e fare a patti col fatto che certe volte semplicemente ad essere felice da sola non ci riesci e hai bisogno di una leggerissima spintarella (che sia da parte di un buon gelato gusto yogurt al mango o da parte di una -BLÉ- persona) è giusto ed è anche molto rasserenante. Basta parlare di ostentazione, basta parlare di vanto. Io sono felice e ve lo voglio dire. Magari domani non lo sarò più, però oggi lo sono. Catturo i Pokémon, mangio le patatine fritte, la mia carriera universitaria va alla grande, domani torno in Sicilia a rilassarmi un pochino e poi mi metto a lavorare alla tesi. Sono molto tranquilla, mi sento positiva. Più tardi esco col cappello di paglia e bevo un frullato ghiacciato. La felicità non è meno artistica o meno profonda della tristezza.

Giulio Carlo Argan parlando dell’espressionismo di Matisse scrive “Ma l’espressione della gioia non è meno espressione dell’espressione della pena di vivere.”
Grazie signor Giulio Carlo Argan, sono molto d’accordo.

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