Accadimenti

Copenhagen #3

In colpevolissimo ritardo, ecco la terza e ultima puntata (la prima, la seconda) di questa cosa che sto facendo di scrivere quello che ho fatto in viaggio per il puro piacere di scrivere e per ricordare visto che ho la memoria di un pesce rosso e già non ricordo più dove stavo andando a parare, che si chiama Andiamo a fare brunch nei quartieri hip e poi ficchiamoci in parchi inquietanti. Andiamo con ordine. Domenica mattina, ultimo giorno, pioggia. Ce la siamo presa comoda, siamo uscite di casa tardi, abbiamo deciso di andare ad esplorare Norrebrod, quartiere hipster cool hip top alla moda, quartiere coi giovani, quartiere coi brunchS domenicali, con mille localini, con la gente con la barba e le bici. Il quartiere in cui andremmo, di comune accordo, a vivere se mai ci trasferissimo a Copenhagen. Camminando sotto una pioggerella fina fina di quella che ti entra pure nelle narici di quella che non te ne accorgi e hai acqua pure nei calzini, abbiamo discusso di mirabolanti start up con cui diventare mostruosamente ricche e di pizza.

La prima tappa di questa domenica all’insegna della spensieratezza e della leggerezza è stata ovviamente il cimitero monumentale, che ospitava in ordine sparso le tombe di Hans Christian Andersen, una famosa musicista dance, un chitarrista, Søren Kierkegaard. Ripeto: pioggerella, cielo grigio, cimitero. Credo di aver vissuto il momento più goticofilosofico della mia vita quando ho fissato intensamente la tomba di Søren del mio cuore per tipo 50 secondi con la pioggia dietro tutto nero tutto scuro. Avete presente quando ti colpisce la consapevolezza che in quel posto c’è quello che resta delle ossa del padre dell’esistenzialismo e non è tanto il luogo ma quello che ci senti attorno, una mente geniale che ha fatto la storia della filosofia. E tu sei lì, sulla tomba di famiglia, che fissi vacua la lapide e anni e anni di storia della cultura mondiale sembrano scorrere davanti ai tuoi occhi e tu vorresti fare qualcosa per dimostrare che lo sai, che lo apprezzi, che la mente umana è una cosa che sa essere meravigliosa e chi scrive e studia e soffre riesce a vivere per sempre. Ha senso? É stato molto suggestivo però.

Poi ci siamo messe alla ricerca di un brunch. Abbiamo tentato in vari locali, nessuno ci convinceva, un paio erano pure pieni. Alla fine, per caso, abbiamo trovato un posto pazzesco. Ci siamo sfondate di cibo spettacolare, l’ambiente era accoglievolissimo e per niente snob, le cameriere simpaticissime. Si chiama The Laundromat Cafè. Ci sono le lavatrici a gettoni rossi, mille foto e quadri alle pareti, arcobaleni e vibrazioni positive. Voto 10+. Quella miscredente di mia madre (ciao ma) vista la foto del piattone di roba che avevo davanti ha osato mettere in dubbio tutto ciò in cui credo (il cibo buono) chiedendomi “ma ce la fai a mangiarlo tutto?” MA ALORA, MA LA MANCANZA DI RISPETTO. Siamo uscite da lì veramente soddisfatte e anche ripiene come due bellissimi bellissimi tacchini, abbiamo deciso di camminare un po’.

Ce ne siamo andate a zonzo, infilandoci in parchi, casette con le scale arcobaleno, guardando tutta la street art e le installazioni fotografiche che trovavamo. Guardandoci attorno e (io) leggendo ad alta voce tutte le insegne buffe (sono una persona molesta e ai danesi piacciono i nomi dei ristoranti coi giochi di parole, una roba ignobile, THAI ME UP, ristorante tailandese) abbiamo praticamente attraversato la città. In un momento di alto patriottismo di cui vado particolarmente fiera, abbiamo cantato Ti scatterò una foto e Sere nere del Tiziano nazionale, così, per esportare un po’ di cultura italiana all’estero. Sono sicura che i danesi, popolo educato, pulito, accogliente, sapranno apprezzare questo nostro riconoscente dono e ne faranno tesoro, conservandolo per sempre nei loro cuoricini nordici e biondi. Breve giro in centro a comprare le cartoline (che fa non gliela porti una cartolina a nonna? Siamo -sono- spiantata mica incivile) e via, a casa, a bere vino rosato, birra danese scrausa, patatine alle arachidi guardando la Bella e la Bestia. Copenhagen, ci mancherai. Sei stata bella e anche di più.

Annunci
Standard
Accadimenti, Senza categoria

Copenhagen #2

Eccoci qui con una nuova appassionante puntata di Lilla viaggia e ve lo fa sapere fino alla nausea per vendicarsi di anni e anni di angherie subite sui social e di foto di mare in piena sessione. Qui la prima.

La puntata di oggi si intitola Quella volta che pioveva e siamo state 2 ore in un Disney store a piangere perché la roba costava veramente troppo. Ma andiamo con ordine. Ore 08:00, suona la sveglia, la stacco di brutto. Ore 08:30, suona la sveglia, stavolta mi smuovo. Tè alla menta, biscotti con gli smarties, zainetto in spalla e via, si va, piene di vita e volenterose come i 7 nani di Biancaneve che in realtà erano bambini sfruttati nelle miniere, e vabè. Si va in centro, al castello di Rosenborg, che tutto intorno ha un fossato con le papere e un parco innevato con delle statue di ninfe tra le foglie. Molto bello. Al castello di Rosenborg inizia il cambio della guardia. In breve, dei pupazzetti che sembrano tutti il Soldatino di piombo (dio che pianti che tristezza ma potevate crescerci con sta roba?) ma con un’alta moffetta morta in testa fanno delle marce avanti e indietro e suonano i tamburi e i flauti traversi e si spostano da questo castello a un altro castello, quello di Amalienborg, e lo fanno marciando suonando e trascinando i turisti lungo una via piena di negozi fighi (sicuramente una mera casualità blink blink) per una mezzoretta. Arrivati ad Amalienborg, sede principale della famiglia reale danese, questi soldatini di piombo di blu vestiti stanno lì impalati per minuti e minuti, fissandosi. Giuro. Esasperate da questa immobilità, siamo andate alla Frederiks kirke, la chiesa di marmo, che è tonda, ci sono due organi e da fuori è molto imponente. Non so molto altro perché in realtà la chiesa era un pretesto per sederci al caldo e consultare una guida sui migliori Smørrebrød della città. Lo Smørrebrød è una sorta di panino aperto, o meglio, una fetta di pane scuro ai semi con chili di roba sopra. Dopo aver usato la casa del signore per farci un po’ gli affari nostri, deluse dalla mancanza della cosa più sacra di tutte, il wi-fi, in un luogo così sacro, siamo andate  a mangiare in un caffè lì vicino. Ne abbiamo presi due a testa. Uno con una cotoletta di pesce, maionese e caviale (Rich Girl plays in the distance) e un altro con patè di fegato, bacon e funghi. Il patè di fegato è un’esperienza raga, un’esperienza. Non l’avevo mai mangiato, puzza di morte, ha una consistenza rivoltante ma alla fine te lo pippi uguale. Non sai come, non sai perché, ma diventa pure piacevole. Mistero. Dopo questa pausa pranzo curiosa frizzantina e affascinante, arriviamo a quello che per me è stato il momento clù della giornata. Il museo del design. DESIGNMUSEUM DANMARK. A due passi da lì, ospita diverse collezioni fisse su, nell’ordine: giochicchi componibili in legno, influenza del giappone sullo stile danese e nordico, vestiti, sedie e sedie. Un mucchio di sedie, talmente tante sedie che abbiamo concordato che se mai dovessimo farci un tatuaggio per ricordare quest’esperienza sarebbe una sedia. Mobile simbolo di una nazione e sostegno di molteplici sederi. La sedia. Comunque è stato bellissimo. Cosa prefe una sorta di scatola sospesa. Tu ci infilavi la testa dentro ed era pieno di quadratini girevoli in legno (non mi so spiegare) che da una parte erano specchi, dall’altra avevano appiccicate sopra cose di materiali diversi da toccare e da guardare. Eri con la testa lì dentro, cirocondata da cose e specchi. E in più c’era l’effetto sorpresa. Ho messo le mie luride mani su ogni quadratino girevole emettendo ogni volta degli OOOOH e AAAAAAH. Anche lo shop all’interno del museo era bellissimo, non il classico shop con souvenir pacchiani ma roba figa, roba di qualità, roba che costava il fegato di cui era fatto il patè precedente. E poi, al museo del design, c’era il wi-fi. Acqua per gli assetati, cibo per gli affamati. Amen.

Uscite da lì, dopo 2 ore e mezza, con gli occhi pieni di scatolette di legno, sedie e colori, pioveva. Allora, dimostrandoci del tutto estranee alle vili tecniche di manipolazione dei turisti architettate la mattina stessa dai malvagi soldatini di piombo in blu, siamo tornate sulla via coi negozi fighi. Cercavamo Tiger perché 1) è danese 2) E SE CI SONO COSE PIÚ FIGHE RISPETTO AI TIGER ITALIANI???? Dovevamo sapere, ci siamo inoltrate. Coraggiose, contro gli elementi avversi, contro Zeus raccoglitore delle nubi e dispensatore di fulmini. Dirette, decise, determinate. Nella nostra marcia ci siamo fermate anche in un paio di negozietti che da fuori sembravano colorati. Nell’ordine: Søstrene Grene, tipo Tiger ma più fancy e pieno di lecca lecca (ci ho comprato un block notes coi coniglietti, dei lecca lecca -duh-, una mini bottiglia di pinot grigio con la stagnola rosa, una simpatica cartolina); Normal, un negozio che è tutto e niente. Tipo Acqua e Sapone incontra macchinetta del cibo spazzatura al liceo incontra duty-free. Non ho comprato niente ma ho ponderato acquisti sconsiderati tipo turbante in microfibra per asciugare i capelli, confezione da mezzo chilo di Maltesers, rossetto violablu matte a 2 euro; Disney store, un semplice Disney store come in Italia ma che si è rivelato esilarante perché siamo state lì dentro due ore a provare maschere, abbracciare piangendo costosissimi set da tè della Bella e la Bestia (che cantavano), lamentando la discriminazione che troppo spesso gli adulti subiscono all’interno di questi negozi. Dove sono le mie infradito di Moana numero 38? Dove le mie mutande degli Avengers taglia 42? Eccetera. Tiger intanto non si trovava. Arrese e molto molto bagnate, stavamo per tornarcene sui nostri passi e cosa ci si staglia davanti in tutta la sua inutilità made in Danimarca? Ma Tiger, ovviamente. Vedi i casi della vita, signora mia. Il destino. Alla fine Roberta, luce dei miei lombi, decide di regalarmi il vinile di The Suburbs (qui in Danimarca da Tiger ci sono i vinili, in Italia pure? Non ricordo). Ringalluzzite e col vinile sotto il braccio ci avviamo all’uscita. Ma siamo super stanche, troviamo una magica M parlante che ci dice più o meno “siete delle minchie, prendete la metro per tornare che piove e la zona ormai la sapete a memoria”, dimostrando velocità nell’apprendimento e un’indipendenza fuori dal comune, pigliamo la metro. Nella direzione giusta. Cittadine del mondo.

Siamo nel nostro appartamento a Christianskaldhfrgsuhkrd. Ci prepariamo una versione un po’ italianizzata dello Smørrebrød, col formaggio fuso e la coppa. Onesta appropriazione culturale. Per finire in bellezza questa giornata, decidiamo di vedere Ho voglia di te. Il sole tramonta, la luna si spegne. Gin e Step si perdonano. Domani ci aspetta un’altra giornata in questa città. Tutto è bene quel che finisce bene.

Standard
Accadimenti

Copenhagen #1

Questa è la storia di una ragazza e di una città. Facciamo entrare la città.

Roberta mi ha regalato (ci ha regalato) questi biglietti per Copenhagen. Se mi leggete su tuitter sapete quanto ero emozionata e quanto aspettavo questo momento. Oggi finalmente vi siamo giunte. Stanche morte, per mezzo di un’avveniristica metropolitana in superficie e dopo non poche preoccupazioni dovute dalla faccia della gente quando chiedevamo indicazioni per raggiungere il quartiere in cui alloggiamo (Christianshavn). L’alloggio, preso su AirBnb, è molto carino. Potete vedere qualcosa sul mio profilo instagram (@thispigeon). La proprietaria ha dipinto tutto i quadri appesi alle pareti.

Siamo subito uscite a cercare la sbobba per mandare avanti i nostri giovani ma molto stanchi corpi. 10 minuti nella neve ma sotto il sole e inondate da una luce chiara e fredda pazzesca oggetto di tutti i miei sogni bagnati a tema galleria instagram perfetta ed eccoci al Copenhagen Street Food, o anche un grande magazzino che dà su uno dei tantissimi canali pieno di banchetti colorati che propongono cucina da tutto il mondo. Una roba tipo Mercato Centrale di Firenze ma più easy, per capirci. Dopo aver gironzolato ponderando l’acquisto di, nell’ordine 1) super hot dog danesi pieni di ogni ben di dio 2) spring wrap molto instagram e molto colorati 3) stufato di renna 4) hamburger di salmone e patate dolci fritte abbiamo optato per l’hamburger (era molto buono).

Ma dopo pranzo ecco la rivelazione della giornata: Fristaden Christiania. Merita un’introduzione praticamente copiata da Wiki, che a sua volta merita il titolo di fonte ufficiale ma momentanea, visto che ho intenzione di approfondire la cosa autonomamente. Christiania è una comunità semi indipendente parzialemente autogovernata fondata nel 1971 a seguito dell’occupazione di una base navale da parte di hippies e anarchici pacifisti. La polizia non ha nessuna autorità, a Christiania. Qui si vendono droghe leggere in piccoli chioschetti, si fanno attività d’artigianato, spettacoli, nascono asili, centri ricreativi, saune. É una sorta di esperimento utopico, unico al mondo. Ci sono delle regole molto severe. No foto, no droghe pesanti, no automobili, no urla. Ha una propria bandiera (tre puntini gialli su fondo rosso) e un proprio inno. Noi siamo entrate dal lato sbagliato, ci siamo perse temo i chioschetti di droga e il famoso cancello d’ingresso, ma è stata un’esperienza pazzesca comunque. Tutta la parte che dà su quello che non sono certa se sia un lago o semplicemente la rientranza di qualche canale appare come un governo di bambini, un ibrido riuscitissimo di Where the Wild Things are e la scena dell’autobus nel bosco di Swiss Army Man. Capanne addobbate con peluches, mosaici, dipinti e giocattoli coloratissimi, grosse scritte colorate che recitano QUESTA É UN’AREA RISERVATA, GLI ADULTI NON POSSONO ENTRARE, alti pali della luce usati come una guida della fauna del luogo, con tanto di lista e immagini dipinte. Su una piccola sponda del lago, un tripudio di offerte di fiori, bandiere della comunità ovunque, quasi come in quelle celebrazioni indiane in cui ci si purifica nell’acqua e si mettono a galleggiare barchette di fiori. Sull’acqua le più svariate tipologie di piccole abitazioni in legno di tutte le forme, biciclette ovunque, decorazioni alle finestre, tende, panchine delle fogge più curiose. Quasi tutte deserte. Nel silenzio, il rumore delle papere, dei cigni, dei picchi. Mai vista una cosa così. Ci sarebbe stata la possibilità di fare qualche scatto furtivo ma onestamente non me la sono sentita di violare così, per l’instagram, quello che loro chiedono in cambio di un pomeriggio in quel loro strampalato coloratissimo modello di vita che gioca sul confine tra film indie, squallore, semplicità, governo di bambini, rispetto per la loro particolarissima utopia e gioco. In più, mi piace pensare di tenere stretto questo segreto, questa comunità magica e testarda, e di condividerlo solo con quelli che come me l’hanno visto. E con voi, naturalmente.

Dopo Christiania ci siamo recate nella zona più strettamente centrale, sul porto, sul lungo canale. Dove ci sono le imbarcazioni caratteristiche e le casette colorate, per intenderci. Lì abbiamo girato in lungo e in largo per trovare la Sirenetta (Den lille havfrue) perché va bene il turismo intelligente va bene la comunità utopica anarchica che mi fa rivivere i sogni da bimba hipster devota a Spike Jonze ma io sono a Copenhagen e un selfie con la Siry lo volevo moltissimo. Lo ho ottenuto. Tra l’altro, nel recarci nell’angolino del porto in culo a dio in cui è appollaiata Siry, che si merita una collocazione più degna, abbiamo beccato 1) un’inspiegabilmente brutta riproduzione del David di “Michel Angelo” (sulla targa era scritto così, se qualcuno sa contestualizzarmelo vi prego mi scriva) 2) una chiesa anglicana e accanto una fontana con una statua cazzutissima women power feminism is dope di una donzella nuda che trainava un carro con mille tori e comunque stava vincendo lei che poi ho googlato e in realtà era Gefjun, una donna avida che per avere l’isola della Zelanda ha trasformato i suoi figli in buoi, e vabè 3) un’insenatura del canale piena così dei gabbiani stupidi di Alla ricerca di Nemo 4) una nave che si chiama Lille molto meno bella di una nave con le vele rosa che ha salvato un botto di ebrei il cui nome però non somiglia al mio e quindi 😦

Sulla strada del ritorno ci siamo ficcate in una bottega a comprare biscotti, dentifricio e pane tipico, che abbiamo accompagnato al burro salato e al tè alla menta per una merenda oserei dire fusion. La prima giornata è finita così, a googlare i posti in cui andare domani (spoiler: Designmuseum Danmark) e a stropicciarsi gli occhi. Adesso sono qui, novella Carrie di Sex And The City che scrivo questo post al buio. Roberta, mia compagna di avventure, spronatrice professionista, donna dalla pazienza instancabile che ascolta tutte le mie chiacchiere entusiaste al limite della psicosi, dorme. Tra poco dormo anche io. A domani.

Standard
Riflessioni

In difesa delle lauree in lettere

Questo non è un post che elenca gli innumerevoli vantaggi del greco e del latino, questo è un post di me che tratto male gli sboroni snob con quell’ironia macchiata di malcelato senso di superiorità che troppo spesso contraddistingue noi (sì, noi, ho la laurea, pussa via) del settore. Non è vero, non è neanche quello, è uno sfogo.

Da quando ho deciso che avrei studiato lettere, quindi una roba come 4 anni e mezzo fa, ogni volta che lo comunico a qualcuno le reazioni variano dal “come sei coraggiosa” come se stessi partendo per il Vietnam zaino in spalla e coltello tra i denti al”ah, bello” + espressione di disgusto come se fossi uno scarafaggio spiaccicato sul marciapiede, “ah allora in che anno tizio ha scritto roba?” raga ma che ne so, “uuuuh brava” con la faccia di chi parla a un bambino con difficoltà nell’apprendimento che dice di aver imparato a contare fino a 15.
Lettere è una scelta facile, a lettere leggi e basta, a lettere si fa la roba del liceo, a lettere ti basta leggere, non devi fare esercizi, non devi capire concetti. A lettere ci vai perché vuoi insegnare e perché a 8 anni ti piaceva leggere. Scrivevi le poesie nel tuo quadernetto segreto? (Spoiler: sì, un botto) A lettere poi si vestono malissimo. Maledetti radical chic. Tutti comunisti. Tutti brutti. E poi non trovano lavoro. Secchioni. Sfigati. Non fanno altro che grattarsi il culo. E rosicano perché quelli che studiano Roba Vera (economia, medicina, non lo so) loro sì che cambiano il mondo, loro sì.

Ora che devo dire alla gente che ho intrapreso una magistrale che mixa insieme elementi di editoria, lettere, comunicazione e storie e tecniche della moda, non ne parliamo. Una femminuccia che studia i vestitini. Snobbata pure dai letterati puri e duri che vivono nella loro torre d’avorio a farsi i pippotti a vicenda.
Io ho scelto lettere non perché avessi voglia di spiegare a degli adolescenti coi bubboni che Pirandello era un genio e che no, non sarebbe stato meglio se Dante avesse consumato con Beatrice e si fosse fatto una vita, io ho studiato lettere perché quando leggo qualcosa di bello, quando leggo una poesia, un brano, un libro, quando guardo un film io mi commuovo. Il cuore mi scoppia nel petto e penso che la vita vale la pena di essere vissuta e secondo me la società ha bisogno che tutti sperimentino questi momenti, almeno una volta al mese, almeno una volta al giorno. Io ho scelto lettere perché mi piace ripetere a chiunque sia disposto ad ascoltarmi che secondo me un’entità superiore esiste, perché non può essere che le menti che abbiano creato la poesia debbano finire e non può essere una cosa meramente terrena, che dipende da boh gli stimoli nervosi e dalle celluline del cervello (parlo di scienza come se fossi alle elementari perché purtroppo non ricordo altro, grande pecca di Noi Laureati in Lettere, rimedierò). Io ho scelto lettere perché è l’unica cosa che mi piace davvero. Ho scelto lettere e poi ho un po’ corretto il tiro, ho sentito il bisogno di scegliere qualcosa di più strettamente moderno e pragmatico per mettere a frutto le mie basi. Senza perdere l’imbastitura umanistica. Quello mai. E se non troverò lavoro e dovrò vivere sotto i ponti o accontentarmi di un altro impiego o fare mille anni di gavetta allora va bene così. Coi miei bei librini sotto un braccio. Ci ho provato. Ho provato a vivere della mia passione in un periodo storico tutto sommato triste in cui le passioni vengono rilegate ad hobby perché c’è da guadagnare. Non vi riguarda nella maniera più assoluta.

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Standard
Riflessioni

Quando quello che vorresti essere non coincide e probabilmente non coinciderà mai con quello che vedi allo specchio: un post scritto MALO

A me piace la roba che sta sul confine tra moda e merda. Quella che o ti piace o ti fa schifo, quella che esprime noncuranza fintissima e una buona dose di ragionatissimo cazzomene. A me piacciono i capelli decolorati con la ricrescita evidentissima, le camicie da uomo, le mezze code un po’ di lato, le scarpe giganti, le felpette senza cappuccio con lo scollo tondo, le salopette, i mocassini, i capelli un po’ increspati e di media lunghezza, i vecchi parka flosci senza imbottitura, i vestiti che sembrano solo maxi t-shirt, le cuffie di lana in ogni situazione anche al chiuso, gli occhialoni. Coi cappotti lunghi, con le ecopellicce colorate, coi capelli piastrati lucidi e perfetti, con gli stivaletti eleganti e le borsette luccicanti io non riesco a vedermici. Non sto deprecando questo modo di vestire “alla instagram” e nemmeno sto dicendo che sono un fiocco di neve speciale (questa è una cosa che si dice sempre su internet e che mi fa incazzare, i fiocchi di neve sono bellissimi e le persone possono fare il cazzo che vogliono) che non si piega a queste logiche consumistiche e alla pubblicità sul web, assolutamente, su alcune persone sta veramente bene e mi piace guardarle, cuorarle, magari mi informo pure da dove provengono i capi, sta di fatto che su di me mi sembra una merda. Sarà che non ho mai perdonato il mio corpo per non essere longilineo e sottile come quello di Karlie Kloss, sarà che se mi vedo troppo seriosa o elegante iperventilo, sarà che ultimamente ho un po’ messo da parte la mia femminilità (se solo ci fosse un’altra parola al posto di questa -che fa schifo- per esprimere più o meno lo stesso concetto), sarà che diventare adulta mi fa paura e forse inconsciamente uno dei modi per combattere la paura, distrarla, illuderla è vestirmi da novenne che va a scuola di martedì mattina col panino al salame nello zaino. Non lo so. Mi rendo conto però che ultimamente il mio modo di vestire fatto quasi solamente di jeans a vita alta + felpetta o maglia/camicia pigiata dentro + giacca e di leggins più maglione oversize mi rende assolutamente inadeguata. Cosa dovrei mettere per uscire di sera in posti carini? Perché sono tutti più belli originali ed estrosi di me? Perché non riesco ad andare né in una direzione né nell’altra, né tumblr né instagram, né hipster né fighetta (esiste ancora questa categoria? è per rendere l’idea) a creare uno stile personale e ben curato che possa far pensare UAO CHE ORIGINALE CIOÉ MAGARI IO NON LO METTEREI PERÓ BELLO, EQUILIBRATO, ESTETICAMENTE APPAGANTE, CHE PERSONALITÀ FRIZZANTINA FORTE E ARTISTICA. Forse perché questa personalità forte non la ho? Forse perché sono talmente insignificante che tutto su di me muore e diventa senza senso? Forse perché mi faccio talmente schifo che lo stesso paio di scarpe visto su un passante è bellissimo e poi su di me meh? La mia aura di insignificanza risucchierebbe ogni capo di abbigliamento. Io non lo so come vorrei essere, non precisamente, so solo che non voglio essere così. Sempre inadeguata, sempre bruttina, sempre su un altro pianeta estetico rispetto a quelle carine e siccome non riesco ad essere carina allora facciamo che divento stramba. Visto che non riesco a farmi notare pur volendolo fortemente perché paralizzata da paura o chissà che allora facciamo che mi tingo i capelli di blu. Minimo sforzo massimo risultato. Non devo nemmeno parlare. Certe volte cerco di convincermi che ho dei tratti del viso molto particolari, quasi androgini che o si amano o si odiano. La mia (ancora) minutissima conoscenza del mondo della moda mi aiuta in questa illusione, mi fornisce i termini, le espressioni, le frasi fatte.

Accettare di non essere diventata la bellezza esplosiva che fa girare le teste che a un certo punto pensavo sarei diventata (come se la genetica fosse un’opinione) è stato un bel colpo da metabolizzare. Sono sempre stata immaginifica nel pensare a me stessa senza però mai vedermi davvero, era sempre la versione più figa alta e snella che vedevo, quella mai esistita dopo i 14 anni. Questo rinnovamento isterico e continuo del mio aspetto continuerà finché non imparerò a piacermi pure calva e senza vestiti. Non vedo come possa mai succedere, ora come ora.

Mentre scrivo questo post mi arriva un sicuramente dettato da buone intenzioni messaggio anonimo sul gatto curioso che fa più o meno così: devi essere te stessa non ti devi uniformare alla massa è colpa di Milano. Questo sicuramente dettato da buone intenzioni messaggio anonimo manca di un bel po’ il punto. Certo, Milano offre un triliardo di nuovi stimoli, ma è solo positivo. Vero è però che in qualche modo se piaci agli altri piaci anche a te stessa. É triste e sbagliato e non dovrebbe essere così ma almeno nel mio caso lo è. L’approvazione dall’esterno ti fa pensare che forse hanno ragione loro, valida le tue scelte, pone una nuova luce su te stessa. L’approvazione dall’esterno te la becchi quando sei come le persone da cui ricevi i complimenti o quando soddisfi il loro canone estetico, al 95%. Se cercare di essere più tradizionalmente figa potesse farmi star meglio dovrei farlo? Dovrei abbandonare i sogni di tumblr? Farmi crescere i capelli, riga in mezzo, via la parte decolorata, cappotto cammello, basta scarpe grosse, cercare un tipo di abbigliamento che mi minimizzi i fianchi, comprare camicie da donna, collane, orecchini? Mi devo arrendere e farmene una ragione?

 

Standard