Riflessioni

La lavatrice come cifra dell’adultità

Sono Priscilla, ho 22 anni suonati e oggi ho fatto un macello con la lavatrice. In pratica -non ho idea di come- ho fatto saltare la centrifuga ai panni, li ho estratti zuppi, li ho strizzati con le lacrime agli occhi, li ho piazzati sullo stendino in corridoio. Nel panico, mi sono resa conto che gocciolavano. Letteralmente. Sul pavimento. Ci ho piazzato sotto dei vecchi asciugamani ingrigiti e ora sono qui al buio in camera che prego che si asciughino quel tanto che basta per smettere di gocciolare prima che finiscano per allagare il corridoio. Il maglione grosso l’ho steso direttamente nella vasca. In un momento imprecisato di questa disperata corsa contro l’acqua ho scritto su whatsapp a mia madre. La soluzione, perfetta e spietata, è arrivata quando ormai mi ero arrangiata. “Rimettili a fare solo la centrifuga, c’è il programma apposito”. Troppo tardi, madre. Ormai sono a letto, schiacciata dalla vergogna e dal senso di incapacità. Questa della lavatrice, diciamolo, è la goccia (ah-ah) che ha fatto traboccare il vaso. La verità è che sono inabile nello svolgere delle mansioni elementari e che dovrei padroneggiare da anni. Dopotutto vivo da sola da quando ne ho 19. La verità è che io non mi sento affatto adulta a un’età in cui mi si comincia a richiedere adultità, e questi piccoli episodi (che accadono di continuo – a poche settimane fa risale il mio primo approccio con la cucina a induzione e la lavastoviglie, una roba che nemmeno Piero Angela narrandovela saprebbe rendere dignitosa- ) me lo ricordano, lo sottolineano, non mi permettono di abbassare la guardia un secondo. La verità è che adesso che ho iniziato la magistrale mi sento molto più vicina di quanto vorrei al mondo del lavoro. E più mi avvicino più mi sento una cinquenne buttata nell’arena, più mi avvicino più mi rendo conto di non sapere fare assolutamente nulla di mercificabile. Non ho esperienza e senza esperienza non ti fanno fare esperienza. Non sono spigliata abbastanza da sopperire all’inesperienza col senso pratico o con le conoscenze. Mi sento nuda in piazza o una di quelle persone molto stupide che si fanno inseguire dai tori durante quella cosa molto stupida in cui dei tori vengono sguinzagliati per le vie della città. Non capisco cosa devo fare, cosa voglio fare, come riaggiustarmi. Io non so di chi sia la colpa, probabilmente è mia. Probabilmente avrei dovuto pensarci prima, fare esperienze all’estero, imparare a scrivere un curriculum, infilarmi in qualsiasi cosa mi permettesse di fare qualcosa. Qualcosa. Ma qualcosa cazzocosa? Le occasioni le ho tutte perse. Diciamo pure che non le ho mai nemmeno cercate. Mi sono cullata. Mi sono cullata sui miei buoni risultati, sulla mia pigrizia, sull’appoggio dei miei genitori. Mi sono cullata per così tanto tempo che adesso che sono ferma, in piedi e mi guardo attorno non capisco quale sarà il prossimo passo.
(Mia madre mi suggerisce di metterci delle vasche, sotto ai vestiti gocciolanti, al posto degli asciugamani, è una buona idea, lo faccio.)
Io non voglio parlare a nome di una generazione, anche perché scommetto che nel mondo ci sono milioni di ventiduenni molto più abili, spigliati, sfacciati, coraggiosi, lavoratori, volenterosi, vissuti di me. Io voglio esprimere una condizione nuova che sto vivendo e che non mi aveva mai colpita con così forza come adesso. Vorrei fare qualcosa e mi sento mille pressioni addosso ma ho paura, sono pigra, è molto più facile pensare “prima o poi troverò qualcosa prima o poi avrò voglia di trovare qualcosa”, sono paralizzata ma consapevole di esserlo e di non potermelo più permettere. In poche parole, non sono ancora nemmeno lontanamente adulta, qualunque sia la mia concezione distorta di adultità. E come se non bastasse non so fare la lavatrice.

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