Accadimenti

La signora Edda

La signora Edda ha dei bellissimi capelli naturalmente bianchi, molto vaporosi che finiscono con piccoli boccoli sulle spalle e che si riavvia molto spesso. Ha un paio di scarpe di un marrone chiaro e caldo e delle pesanti calze color carne. Un portafoglio rosa e un foulard leopardato, che, dice, la accompagna da tantissimi anni e di cui le piace moltissimo la fantasia. La signora Edda abita a Milano da 40 anni, ha iniziato facendo l’impiegata al comune della sua città, e, da sola, ha deciso di trasferirsi qui per lavorare in banca. L’hanno sempre richiamata dopo un colloquio, dice, evidentemente molto fiera.

La signora Edda è inciampata, oggi, per strada, davanti al mio portone. Si è sbucciata il ginocchio, solo un graffio, vero signorina? C’è sangue? Le sembra grave? Nulla di grave, una sbucciatura superficiale, niente sangue, solo probabilmente un livido doloroso in arrivo. Peccato per le calze però. La signora Edda le aveva appena comprate. Meglio tenersene sempre qualche paio in casa, perché si rompono molto facilmente.

Me la prendo sottobraccio, la signora Edda, la cassa dell’acqua ancora sotto all’altro e l’accompagno a casa. Dice che era uscita per prendere un po’ d’aria, per un caffettino, e insiste perché ci fermiamo in un bar a prendercelo finalmente, questo caffettino che voleva così tanto e che le ha procurato un buco nelle calze, sul ginocchio, perché la vita vuole metterci sempre in ginocchio, dice, ma non ce la fa mai. Io ordino un cappuccino di soia. Ridacchiando come una bambina mi dice che lei non sapeva nemmeno che esistesse, il cappuccino di soia.

Sedute al tavolo del bar, mi racconta che alla mia età (24 anni) stava per sposarsi, ma che poi ognuno è andato per la sua strada. La madre della signora Edda le diceva sempre che sposarsi è come una scommessa, come un’incognita. Questo non le impedisce di cercare di sistemarmi col barista. “Non ci vedo tanto bene, ma che il ragazzetto le butta l’occhio lo vedo benissimo.”

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Accadimenti

La mia tesi di laurea triennale

Dopo circa un anno e mezzo dall’accadimento (16 dicembre 2016), ho deciso di mettere su google drive la mia tesi triennale in Lettere Moderne per intero perché l’abbiamo letta in quattro e mi sembra un peccato.
Fun fact: molto del materiale usato per la parte sulla poesia russa mi è stato fornito da L’vovskij stesso (uao, un poeta vivo lo so lo so) per email, gli ho anche fatto delle domande a cui ha risposto quando ormai io ero incoronata d’alloro da un pezzo. Oh well.

Qui c’è il link, se voleste saperne di più su Stanislav L’vovskij e Pasolini poeta o semplicememente ficcanasare e leggere i ringraziamenti (non li ha letti nessuno manco quelli, secondo me sono molto carini):

La città nella poesia contemporanea:
Pier Paolo Pasolini e Stanislav L’vovskij a confronto

https://drive.google.com/file/d/1gSQmP9itqDsUDPFy86lWc4P8EIe63H1p/view?usp=sharing

Se volete spingervi oltre e mandarmi dei feedback o parlarmene, il mio indirizzo email è priscillalucifora94@gmail.com

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Accadimenti, Musica, Riflessioni

Il cielo su Torino ecc ecc

Mio fratello studia a Torino. Io a Torino prima di luglio scorso non ci ero mai stata. Ci avevo pensato, di andarci a vivere, trascinata prima dalla mia malsana ossessione per i Subsonica e poi per la mia malsana paura della vita, a 17 anni e poi di nuovo a 22, ma non ci ero mai stata. A luglio scorso erano stati 4 giorni pieni di ansia. Dovevo fare le veci dei miei genitori nell’aiutare mio fratello a trovare una camera in cui vivere da settembre in poi. Mi sentivo sotto pressione, faceva caldo, i tram passavano in maniera strana e non c’erano abbastanza attraversamenti pedonali lungo quei corsi lunghissimi e divisi da file di alberi che in realtà sono tipo 4 strade che si chiamano tutte uguali io sono troppo scema per orientarmi in una città grossa e non perfettamente, o quasi, oliata come Milano. Seriamente. Milano è a prova di scemo. Comunque. A luglio Torino non mi era piaciuta. Intendiamoci, una bellissima città e tutto quanto, però non era scattata la scintilla. Poi ci sono tornata a ottobre. Una roba mordi e fuggi. Andata e ritorno in 36 ore. Per la laurea di mio cugino. Non avevo visto assolutamente nulla, solo il Politecnico, la camera di mio fratello, i piatti lerci nel lavandino, corsi, ingegneri vestiti tutti uguali perché suppongo che 5 anni di matematica ti provochino dei danni al cervello, lucine, ristorante, gente, parenti. Ancora una volta, la pressione di dover adempiere a degli impegni mi aveva distratta. A chi mi chiedeva di Torino dicevo “eh, bella, però non ci vivrei”. Un vero peccato. Circa dieci giorni fa ci sono tornata. Sono rimasta 2 giorni e mezzo. Per vedere mio fratello. Non avevamo niente da fare. Nessun piano che non fosse camminare un botto, mangiare il gelato e la pizza, stare un po’ insieme. Sono arrivata. Solita manfrina per capire a quale capo della Stazione di Porta Susa mi trovo (uso come punto di riferimento la scritta per poi scoprire che la scrittà c’è su entrambi i lati, ilarità generale) poi iniziamo a camminare. Il primo pomeriggio non facciamo altro. Camminiamo. Piove pure. Vediamo le cose. Vedo per la prima volta Piazza Vittorio Veneto e i (sui? nei? lungo i?) Murazzi. Non ci penso un granchè su, mi guardo attorno e basta. Faccio foto. La sera del primo giorno sono di umore veramente scoppiettante. Do il meglio di me, parlo un casino. Il giorno dopo siamo invitati a pranzo. Quando mi chiedono che cosa ho visto io nemmeno lo so spiegare. Non lo so. Sono lì per mio fratello. A Milano ho lasciato un sacco di scadenze, questioni in sospeso e cose da fare. Non sto pensando a niente. A cena conosco altra gente. Comincio a sentirmi usurata. Le interazioni sociali mi logorano. Però secondo me me la cavo. Mio fratello è molto carino, si assicura che io sia a mio agio e mi dice che apprezza lo sforzo. Blip bliz bop bop, scorriamo avanti veloce fino ad adesso. Su tuitter è pieno di scherzoni sull’apocalisse perché la situazione politica è sconfortante. Sono qui che mi faccio gli affari miei e mi viene in mente una canzone dei Subsonica. Ho ascoltato i Subsonica più o meno ogni giorno dai 14 anni in poi fino almeno ai 20, quindi non è che sia così strano che delle cose mi facciano venire in mente altre cose che mi fanno venire in mente i Subsonica. Succede continuamente. A ogni folata di vento mi parte in testa Il Vento, per dire. Dunque. Mi viene in mente La Glaciazione, contenuta nell’album L’Eclissi, che parla fuor di metafora fondamentalmente dei sopravvisuti alla glaciazione in un deserto di appunto ghiaccio ecc ecc. Dopo La Glaciazione nell’ordine del disco viene L’Ultima Risposta, altro pezzullo tbqh. Sono lì che mi beo della sensazione di sicurezza e familiarità che mi danno le canzoni del famoso gruppo del capoluogo piemontese fondato nel 1996 (fonte: Wikipedia) che SNAP! HO CAPITO TUTTO! Ho capito i palazzi chiari, imponenti e raffinatissimi, che sembrano nascondere qualcosa. Ho capito le nuvole su Piazza Vittorio Veneto, immensa, che non sai dove guardare perché in ogni angolo c’è qualcosa in più, una strada di cui non vedi la fine, gli alberi, la Chiesa della Gran Madre di Dio, il fiume, i lampioni. Ho capito i palazzi liberty e i graffiti. La Mole Antonelliana e lo sgangheratissimo negozio di materassi che c’è all’angolo. Ho capito Piazza Castello, che si chiama così perché c’è il castello, ma io il castello non lo guardo mai perché mi fermo con lo sguardo sempre e solo al cancello. Adesso Torino mi piace un botto. I Subsonica non hanno mai smesso di farlo.

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Copenhagen #3

In colpevolissimo ritardo, ecco la terza e ultima puntata (la prima, la seconda) di questa cosa che sto facendo di scrivere quello che ho fatto in viaggio per il puro piacere di scrivere e per ricordare visto che ho la memoria di un pesce rosso e già non ricordo più dove stavo andando a parare, che si chiama Andiamo a fare brunch nei quartieri hip e poi ficchiamoci in parchi inquietanti. Andiamo con ordine. Domenica mattina, ultimo giorno, pioggia. Ce la siamo presa comoda, siamo uscite di casa tardi, abbiamo deciso di andare ad esplorare Norrebrod, quartiere hipster cool hip top alla moda, quartiere coi giovani, quartiere coi brunchS domenicali, con mille localini, con la gente con la barba e le bici. Il quartiere in cui andremmo, di comune accordo, a vivere se mai ci trasferissimo a Copenhagen. Camminando sotto una pioggerella fina fina di quella che ti entra pure nelle narici di quella che non te ne accorgi e hai acqua pure nei calzini, abbiamo discusso di mirabolanti start up con cui diventare mostruosamente ricche e di pizza.

La prima tappa di questa domenica all’insegna della spensieratezza e della leggerezza è stata ovviamente il cimitero monumentale, che ospitava in ordine sparso le tombe di Hans Christian Andersen, una famosa musicista dance, un chitarrista, Søren Kierkegaard. Ripeto: pioggerella, cielo grigio, cimitero. Credo di aver vissuto il momento più goticofilosofico della mia vita quando ho fissato intensamente la tomba di Søren del mio cuore per tipo 50 secondi con la pioggia dietro tutto nero tutto scuro. Avete presente quando ti colpisce la consapevolezza che in quel posto c’è quello che resta delle ossa del padre dell’esistenzialismo e non è tanto il luogo ma quello che ci senti attorno, una mente geniale che ha fatto la storia della filosofia. E tu sei lì, sulla tomba di famiglia, che fissi vacua la lapide e anni e anni di storia della cultura mondiale sembrano scorrere davanti ai tuoi occhi e tu vorresti fare qualcosa per dimostrare che lo sai, che lo apprezzi, che la mente umana è una cosa che sa essere meravigliosa e chi scrive e studia e soffre riesce a vivere per sempre. Ha senso? É stato molto suggestivo però.

Poi ci siamo messe alla ricerca di un brunch. Abbiamo tentato in vari locali, nessuno ci convinceva, un paio erano pure pieni. Alla fine, per caso, abbiamo trovato un posto pazzesco. Ci siamo sfondate di cibo spettacolare, l’ambiente era accoglievolissimo e per niente snob, le cameriere simpaticissime. Si chiama The Laundromat Cafè. Ci sono le lavatrici a gettoni rossi, mille foto e quadri alle pareti, arcobaleni e vibrazioni positive. Voto 10+. Quella miscredente di mia madre (ciao ma) vista la foto del piattone di roba che avevo davanti ha osato mettere in dubbio tutto ciò in cui credo (il cibo buono) chiedendomi “ma ce la fai a mangiarlo tutto?” MA ALORA, MA LA MANCANZA DI RISPETTO. Siamo uscite da lì veramente soddisfatte e anche ripiene come due bellissimi bellissimi tacchini, abbiamo deciso di camminare un po’.

Ce ne siamo andate a zonzo, infilandoci in parchi, casette con le scale arcobaleno, guardando tutta la street art e le installazioni fotografiche che trovavamo. Guardandoci attorno e (io) leggendo ad alta voce tutte le insegne buffe (sono una persona molesta e ai danesi piacciono i nomi dei ristoranti coi giochi di parole, una roba ignobile, THAI ME UP, ristorante tailandese) abbiamo praticamente attraversato la città. In un momento di alto patriottismo di cui vado particolarmente fiera, abbiamo cantato Ti scatterò una foto e Sere nere del Tiziano nazionale, così, per esportare un po’ di cultura italiana all’estero. Sono sicura che i danesi, popolo educato, pulito, accogliente, sapranno apprezzare questo nostro riconoscente dono e ne faranno tesoro, conservandolo per sempre nei loro cuoricini nordici e biondi. Breve giro in centro a comprare le cartoline (che fa non gliela porti una cartolina a nonna? Siamo -sono- spiantata mica incivile) e via, a casa, a bere vino rosato, birra danese scrausa, patatine alle arachidi guardando la Bella e la Bestia. Copenhagen, ci mancherai. Sei stata bella e anche di più.

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Copenhagen #2

Eccoci qui con una nuova appassionante puntata di Lilla viaggia e ve lo fa sapere fino alla nausea per vendicarsi di anni e anni di angherie subite sui social e di foto di mare in piena sessione. Qui la prima.

La puntata di oggi si intitola Quella volta che pioveva e siamo state 2 ore in un Disney store a piangere perché la roba costava veramente troppo. Ma andiamo con ordine. Ore 08:00, suona la sveglia, la stacco di brutto. Ore 08:30, suona la sveglia, stavolta mi smuovo. Tè alla menta, biscotti con gli smarties, zainetto in spalla e via, si va, piene di vita e volenterose come i 7 nani di Biancaneve che in realtà erano bambini sfruttati nelle miniere, e vabè. Si va in centro, al castello di Rosenborg, che tutto intorno ha un fossato con le papere e un parco innevato con delle statue di ninfe tra le foglie. Molto bello. Al castello di Rosenborg inizia il cambio della guardia. In breve, dei pupazzetti che sembrano tutti il Soldatino di piombo (dio che pianti che tristezza ma potevate crescerci con sta roba?) ma con un’alta moffetta morta in testa fanno delle marce avanti e indietro e suonano i tamburi e i flauti traversi e si spostano da questo castello a un altro castello, quello di Amalienborg, e lo fanno marciando suonando e trascinando i turisti lungo una via piena di negozi fighi (sicuramente una mera casualità blink blink) per una mezzoretta. Arrivati ad Amalienborg, sede principale della famiglia reale danese, questi soldatini di piombo di blu vestiti stanno lì impalati per minuti e minuti, fissandosi. Giuro. Esasperate da questa immobilità, siamo andate alla Frederiks kirke, la chiesa di marmo, che è tonda, ci sono due organi e da fuori è molto imponente. Non so molto altro perché in realtà la chiesa era un pretesto per sederci al caldo e consultare una guida sui migliori Smørrebrød della città. Lo Smørrebrød è una sorta di panino aperto, o meglio, una fetta di pane scuro ai semi con chili di roba sopra. Dopo aver usato la casa del signore per farci un po’ gli affari nostri, deluse dalla mancanza della cosa più sacra di tutte, il wi-fi, in un luogo così sacro, siamo andate  a mangiare in un caffè lì vicino. Ne abbiamo presi due a testa. Uno con una cotoletta di pesce, maionese e caviale (Rich Girl plays in the distance) e un altro con patè di fegato, bacon e funghi. Il patè di fegato è un’esperienza raga, un’esperienza. Non l’avevo mai mangiato, puzza di morte, ha una consistenza rivoltante ma alla fine te lo pippi uguale. Non sai come, non sai perché, ma diventa pure piacevole. Mistero. Dopo questa pausa pranzo curiosa frizzantina e affascinante, arriviamo a quello che per me è stato il momento clù della giornata. Il museo del design. DESIGNMUSEUM DANMARK. A due passi da lì, ospita diverse collezioni fisse su, nell’ordine: giochicchi componibili in legno, influenza del giappone sullo stile danese e nordico, vestiti, sedie e sedie. Un mucchio di sedie, talmente tante sedie che abbiamo concordato che se mai dovessimo farci un tatuaggio per ricordare quest’esperienza sarebbe una sedia. Mobile simbolo di una nazione e sostegno di molteplici sederi. La sedia. Comunque è stato bellissimo. Cosa prefe una sorta di scatola sospesa. Tu ci infilavi la testa dentro ed era pieno di quadratini girevoli in legno (non mi so spiegare) che da una parte erano specchi, dall’altra avevano appiccicate sopra cose di materiali diversi da toccare e da guardare. Eri con la testa lì dentro, cirocondata da cose e specchi. E in più c’era l’effetto sorpresa. Ho messo le mie luride mani su ogni quadratino girevole emettendo ogni volta degli OOOOH e AAAAAAH. Anche lo shop all’interno del museo era bellissimo, non il classico shop con souvenir pacchiani ma roba figa, roba di qualità, roba che costava il fegato di cui era fatto il patè precedente. E poi, al museo del design, c’era il wi-fi. Acqua per gli assetati, cibo per gli affamati. Amen.

Uscite da lì, dopo 2 ore e mezza, con gli occhi pieni di scatolette di legno, sedie e colori, pioveva. Allora, dimostrandoci del tutto estranee alle vili tecniche di manipolazione dei turisti architettate la mattina stessa dai malvagi soldatini di piombo in blu, siamo tornate sulla via coi negozi fighi. Cercavamo Tiger perché 1) è danese 2) E SE CI SONO COSE PIÚ FIGHE RISPETTO AI TIGER ITALIANI???? Dovevamo sapere, ci siamo inoltrate. Coraggiose, contro gli elementi avversi, contro Zeus raccoglitore delle nubi e dispensatore di fulmini. Dirette, decise, determinate. Nella nostra marcia ci siamo fermate anche in un paio di negozietti che da fuori sembravano colorati. Nell’ordine: Søstrene Grene, tipo Tiger ma più fancy e pieno di lecca lecca (ci ho comprato un block notes coi coniglietti, dei lecca lecca -duh-, una mini bottiglia di pinot grigio con la stagnola rosa, una simpatica cartolina); Normal, un negozio che è tutto e niente. Tipo Acqua e Sapone incontra macchinetta del cibo spazzatura al liceo incontra duty-free. Non ho comprato niente ma ho ponderato acquisti sconsiderati tipo turbante in microfibra per asciugare i capelli, confezione da mezzo chilo di Maltesers, rossetto violablu matte a 2 euro; Disney store, un semplice Disney store come in Italia ma che si è rivelato esilarante perché siamo state lì dentro due ore a provare maschere, abbracciare piangendo costosissimi set da tè della Bella e la Bestia (che cantavano), lamentando la discriminazione che troppo spesso gli adulti subiscono all’interno di questi negozi. Dove sono le mie infradito di Moana numero 38? Dove le mie mutande degli Avengers taglia 42? Eccetera. Tiger intanto non si trovava. Arrese e molto molto bagnate, stavamo per tornarcene sui nostri passi e cosa ci si staglia davanti in tutta la sua inutilità made in Danimarca? Ma Tiger, ovviamente. Vedi i casi della vita, signora mia. Il destino. Alla fine Roberta, luce dei miei lombi, decide di regalarmi il vinile di The Suburbs (qui in Danimarca da Tiger ci sono i vinili, in Italia pure? Non ricordo). Ringalluzzite e col vinile sotto il braccio ci avviamo all’uscita. Ma siamo super stanche, troviamo una magica M parlante che ci dice più o meno “siete delle minchie, prendete la metro per tornare che piove e la zona ormai la sapete a memoria”, dimostrando velocità nell’apprendimento e un’indipendenza fuori dal comune, pigliamo la metro. Nella direzione giusta. Cittadine del mondo.

Siamo nel nostro appartamento a Christianskaldhfrgsuhkrd. Ci prepariamo una versione un po’ italianizzata dello Smørrebrød, col formaggio fuso e la coppa. Onesta appropriazione culturale. Per finire in bellezza questa giornata, decidiamo di vedere Ho voglia di te. Il sole tramonta, la luna si spegne. Gin e Step si perdonano. Domani ci aspetta un’altra giornata in questa città. Tutto è bene quel che finisce bene.

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Accadimenti

Copenhagen #1

Questa è la storia di una ragazza e di una città. Facciamo entrare la città.

Roberta mi ha regalato (ci ha regalato) questi biglietti per Copenhagen. Se mi leggete su tuitter sapete quanto ero emozionata e quanto aspettavo questo momento. Oggi finalmente vi siamo giunte. Stanche morte, per mezzo di un’avveniristica metropolitana in superficie e dopo non poche preoccupazioni dovute dalla faccia della gente quando chiedevamo indicazioni per raggiungere il quartiere in cui alloggiamo (Christianshavn). L’alloggio, preso su AirBnb, è molto carino. Potete vedere qualcosa sul mio profilo instagram (@thispigeon). La proprietaria ha dipinto tutto i quadri appesi alle pareti.

Siamo subito uscite a cercare la sbobba per mandare avanti i nostri giovani ma molto stanchi corpi. 10 minuti nella neve ma sotto il sole e inondate da una luce chiara e fredda pazzesca oggetto di tutti i miei sogni bagnati a tema galleria instagram perfetta ed eccoci al Copenhagen Street Food, o anche un grande magazzino che dà su uno dei tantissimi canali pieno di banchetti colorati che propongono cucina da tutto il mondo. Una roba tipo Mercato Centrale di Firenze ma più easy, per capirci. Dopo aver gironzolato ponderando l’acquisto di, nell’ordine 1) super hot dog danesi pieni di ogni ben di dio 2) spring wrap molto instagram e molto colorati 3) stufato di renna 4) hamburger di salmone e patate dolci fritte abbiamo optato per l’hamburger (era molto buono).

Ma dopo pranzo ecco la rivelazione della giornata: Fristaden Christiania. Merita un’introduzione praticamente copiata da Wiki, che a sua volta merita il titolo di fonte ufficiale ma momentanea, visto che ho intenzione di approfondire la cosa autonomamente. Christiania è una comunità semi indipendente parzialemente autogovernata fondata nel 1971 a seguito dell’occupazione di una base navale da parte di hippies e anarchici pacifisti. La polizia non ha nessuna autorità, a Christiania. Qui si vendono droghe leggere in piccoli chioschetti, si fanno attività d’artigianato, spettacoli, nascono asili, centri ricreativi, saune. É una sorta di esperimento utopico, unico al mondo. Ci sono delle regole molto severe. No foto, no droghe pesanti, no automobili, no urla. Ha una propria bandiera (tre puntini gialli su fondo rosso) e un proprio inno. Noi siamo entrate dal lato sbagliato, ci siamo perse temo i chioschetti di droga e il famoso cancello d’ingresso, ma è stata un’esperienza pazzesca comunque. Tutta la parte che dà su quello che non sono certa se sia un lago o semplicemente la rientranza di qualche canale appare come un governo di bambini, un ibrido riuscitissimo di Where the Wild Things are e la scena dell’autobus nel bosco di Swiss Army Man. Capanne addobbate con peluches, mosaici, dipinti e giocattoli coloratissimi, grosse scritte colorate che recitano QUESTA É UN’AREA RISERVATA, GLI ADULTI NON POSSONO ENTRARE, alti pali della luce usati come una guida della fauna del luogo, con tanto di lista e immagini dipinte. Su una piccola sponda del lago, un tripudio di offerte di fiori, bandiere della comunità ovunque, quasi come in quelle celebrazioni indiane in cui ci si purifica nell’acqua e si mettono a galleggiare barchette di fiori. Sull’acqua le più svariate tipologie di piccole abitazioni in legno di tutte le forme, biciclette ovunque, decorazioni alle finestre, tende, panchine delle fogge più curiose. Quasi tutte deserte. Nel silenzio, il rumore delle papere, dei cigni, dei picchi. Mai vista una cosa così. Ci sarebbe stata la possibilità di fare qualche scatto furtivo ma onestamente non me la sono sentita di violare così, per l’instagram, quello che loro chiedono in cambio di un pomeriggio in quel loro strampalato coloratissimo modello di vita che gioca sul confine tra film indie, squallore, semplicità, governo di bambini, rispetto per la loro particolarissima utopia e gioco. In più, mi piace pensare di tenere stretto questo segreto, questa comunità magica e testarda, e di condividerlo solo con quelli che come me l’hanno visto. E con voi, naturalmente.

Dopo Christiania ci siamo recate nella zona più strettamente centrale, sul porto, sul lungo canale. Dove ci sono le imbarcazioni caratteristiche e le casette colorate, per intenderci. Lì abbiamo girato in lungo e in largo per trovare la Sirenetta (Den lille havfrue) perché va bene il turismo intelligente va bene la comunità utopica anarchica che mi fa rivivere i sogni da bimba hipster devota a Spike Jonze ma io sono a Copenhagen e un selfie con la Siry lo volevo moltissimo. Lo ho ottenuto. Tra l’altro, nel recarci nell’angolino del porto in culo a dio in cui è appollaiata Siry, che si merita una collocazione più degna, abbiamo beccato 1) un’inspiegabilmente brutta riproduzione del David di “Michel Angelo” (sulla targa era scritto così, se qualcuno sa contestualizzarmelo vi prego mi scriva) 2) una chiesa anglicana e accanto una fontana con una statua cazzutissima women power feminism is dope di una donzella nuda che trainava un carro con mille tori e comunque stava vincendo lei che poi ho googlato e in realtà era Gefjun, una donna avida che per avere l’isola della Zelanda ha trasformato i suoi figli in buoi, e vabè 3) un’insenatura del canale piena così dei gabbiani stupidi di Alla ricerca di Nemo 4) una nave che si chiama Lille molto meno bella di una nave con le vele rosa che ha salvato un botto di ebrei il cui nome però non somiglia al mio e quindi 😦

Sulla strada del ritorno ci siamo ficcate in una bottega a comprare biscotti, dentifricio e pane tipico, che abbiamo accompagnato al burro salato e al tè alla menta per una merenda oserei dire fusion. La prima giornata è finita così, a googlare i posti in cui andare domani (spoiler: Designmuseum Danmark) e a stropicciarsi gli occhi. Adesso sono qui, novella Carrie di Sex And The City che scrivo questo post al buio. Roberta, mia compagna di avventure, spronatrice professionista, donna dalla pazienza instancabile che ascolta tutte le mie chiacchiere entusiaste al limite della psicosi, dorme. Tra poco dormo anche io. A domani.

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L’insalatiera della felicità

I fedelissimi di tuitter lo sanno già ma io ve lo voglio raccontare di nuovo. A circa credo metà gennaio (o febbraio? Boh, il tempo è relativo e siamo solo formiche nella galassia) ho letto su internet una roba e ho deciso di farla anche io ho avuto un’idea geniale.

Il 2015 per me è stato un anno terribile, per un sacco di ragioni, e ho giustamente passato tutto il mese di dicembre a dirlo a tutti su tutti i social network che i gloriosi anni 10 ci hanno donato. Non riuscivo a ricordare nemmeno un giorno felice di quell’anno infausto. Eppure per la legge dei grandi numeri se non un giorno ma almeno qualche ora felice sparsa qua e là doveva esserci stata, no? Ecco. Quindi ho afferrato un’insalatiera orizzontale (un bicchierone per insalate? WAT) acquistato mesi fa da Tiger e mai utilizzato e ho deciso di metterci dentro un bigliettino ogni volta che mi sento contenta per qualcosa. Anche solo un gelato (e ce ne saranno almeno 3 o 4 di biglietti con su scritto robe tipo GELATO MEGA BUONO BELLA PASSEGGIATA YEYE, sono una ragazza dai desideri semplici oppure una cretina che non ha mai superato i 5 anni) una giornata di sole, un complimento ricevuto, una soddisfazione accademica, un bel telefilm, un acquisto azzeccato. Insomma, ogni volta che sono contenta io prendo un bigliettino ci scrivo sopra data e motivo della contentezza lo piego e lo butto nell’insalatiera della felicità. In questi mesi ci ho pure messo un biglietto di treno e qualche scontrino (sì okay capitalismo e società consumistica ma io vi sfido a non essere felici per un reggiseno coi cupcake, dai, siamo onesti, il bigliettino ci voleva).

PRISCILLA MA PERKE FAI LA PAZZA FETICISTA CHE RACCOGLIE OGGETTI E FRAMMENTI DI VITA E LI METTE TUTTI INSIEME MA KE ANSIA. Ebbene, mia gentile controparte sgrammaticata e sempliciotta interpretata da me stessa per creare dinamismo e tenere gli spettatori incollati allo schermo lurido dei loro ifonz pieni di ditate unte, ho un sacco di risposte.
Lo faccio perché voglio ricordare, lo faccio perché a dicembre rileggerò tutto e mi sentirò immensamente cretina e ghignerò da morire e penserò “ah, allora ne è valsa la pena trascinarsi per un altro anno ancora in quel deserto di cocci di vetro chiodi e maledizioni alle divinità che è la vita”, lo faccio sopratutto per non vergognarmi più di essere felice. Io non so perché ma mi vergogno sempre molto di dimostrare felicità e contentezza, quasi non volessi dar soddisfazione alla vita, quasi fossi lì a mormorare SI OKAY CERTE VOLTE NON FAI SCHIFO VA BENE HAI RAGIONE TU col broncio, quasi non volessi darle ragione. Mi vergogno quando mi sorprendo a ridere per strada da sola, quando ballo in camera, mi vergogno sopratutto quando mi rendo conto che una persona qualsiasi, che sia un estraneo, un amico, una commessa gentile, mi sta aiutando in qualche modo. (Eh? Un essere umano che non sono io mi sta migliorando il pomeriggio?  Un sacco di carne e ossa e chissà che altre schifezze ha il potere di farlo? E se poi lo capisce? Io di sicuro non glielo dico. E non lo dico nemmeno a me stessa, non si sa mai. CIA puppamela, qua livelli di segretezza mai visti. Dan Brown fatti i cazzi tuoi.)

É molto sbagliato. Me lo dico da sola. Essere felici è bello, ammetterlo a se stessi e fare a patti col fatto che certe volte semplicemente ad essere felice da sola non ci riesci e hai bisogno di una leggerissima spintarella (che sia da parte di un buon gelato gusto yogurt al mango o da parte di una -BLÉ- persona) è giusto ed è anche molto rasserenante. Basta parlare di ostentazione, basta parlare di vanto. Io sono felice e ve lo voglio dire. Magari domani non lo sarò più, però oggi lo sono. Catturo i Pokémon, mangio le patatine fritte, la mia carriera universitaria va alla grande, domani torno in Sicilia a rilassarmi un pochino e poi mi metto a lavorare alla tesi. Sono molto tranquilla, mi sento positiva. Più tardi esco col cappello di paglia e bevo un frullato ghiacciato. La felicità non è meno artistica o meno profonda della tristezza.

Giulio Carlo Argan parlando dell’espressionismo di Matisse scrive “Ma l’espressione della gioia non è meno espressione dell’espressione della pena di vivere.”
Grazie signor Giulio Carlo Argan, sono molto d’accordo.

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