Libri

Nel cuore di ogni uomo c’è un motel. O un aeroporto.

Voi ce li avete quei momenti di euforia, di commozione, di ispirazione suprema in cui pensate davvero che ce la farete, che sarete felici, che il destino ha in mente qualcosa di grande per voi? E ci credete davvero, e tutte le forze dell’universo sembrano allinearsi, tutta la musica canta la tua rinascita, tutta la letteratura ne parla. Ti senti potente, artistico, credi che tutto quello che vuoi dire sia valido, unico, che valga la pena, vuoi scrivere, disegnare, le potenzialità sono infinite e in qualche modo credi che riuscirai a sfruttarle tutte, al meglio. Ne sto avendo uno adesso, sono a Fiumicino per credo la sesta volta in un mese. Tramonto. Sono qui davanti a un autobus. Fa freschino e ho fame. Ho letto Americana di Don DeLillo. Terminato oggi. Avevo pronto tutto un post tecnico pieno di critiche, di acute osservazioni, di considerazioni su questo libro accumulate con cura, pensate. Mi aveva convinto Iris a scriverlo. Meglio, volevo scriverlo ma non lo sapevo per certo. A volte c’è bisogno di qualcuno che ti ricordi che vuoi scrivere davvero certe cose che volevi scrivere. Grazie Iris. Un post lungo, ordinato, quasi da professionista -qualsiasi cosa voglia dire- separato in paragrafi. In ogni paragrafo affrontavo una parte del romanzo, un suo aspetto. Personaggi, descrizioni, trama, lessico, postmodernismo. Poi ho letto le ultime circa 100 pagine. Le ho lette in aereo, le ho lette in aeroporto. Leggere in aereo è tutta un’altra roba. Non saprei nemmeno spiegare perché, sarà per il flusso di aria, luce, acqua, una momentanea sospensione dal mondo. Non devi vivere sulla terra, per un po’. Che sollievo, scatoletta di latta sul mare. Anche leggere in aeroporto dà una sensazione simile. Il tempo diventa caramella, si stende, si ripiega, si flette. I flussi sono di persone, carrelli, rotelline sul marmo. Ho letto freneticamente perché il ritmo del libro ti invita a divorarlo. Monologhi infiniti e involuti che ti trascinano in posti che non sapevi esistessero. Scambi di battute surreali. Cosa è vero? Cosa è pura convenzione sociale? Cosa si riduce a mera gara di intelligenza, di acutezza, di stramberia, gioco di abilità e di botta e risposta? È un libro affascinate, vorticoso, con un sacco di significati e un sacco di spunti e di cose semplicemente molto belle da leggere. Ha i suoi difetti. È un romanzo di esordio. È un libro che turba, mi sono sentita schiaffeggiata e attirata come in un abisso vorticoso ma molto luminoso. Niente di plateale, semplicemente ha colpito la mia ipersensibile sensibilità, probabilmente. Parla di brama di assoluto, di persone, di parole, di comunicazione. La terza parte credo sia la migliore, quella che ha scatenato questo momento. Questo momento che, per la cronaca, mentre scrivo è già passato.

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Non ammazzarti, chiama la fondazione Rosewater.

Questo post parlerà dei due libri di Kurt Vonnegut che ho letto. Ne parlerà perché ho scoperto che parlare di libri mi piace un kasino. Ho anche scoperto che i libri di Kurt Vonnegut mi piacciono. Mi piace anche il gelato allo yogurt al mango. On the other hand, ho scoperto che tenere rubriche tutte col titolo uguale sul blog non mi piace. Un periodo di scoperte, oserei dire. Quindi niente facciamo che il network mi ha soppresso il programma precedente per mancanza di fondi e che mi sono dovuta arrangiare, facciamo che lo scorso post reggeva la metafora col programma televisivo perché Troppi paradisi parla di tivù. Mentiamo a noi stessi.

Se non state capendo è perché non avete letto l’altro post e sono un po’ offesa, ve lo dico. Metto il broncio e faccio la sostenuta per almeno due o tre giorni però da vera volpina furbina ve lo linko qui. (Wooo guarda mamma ho messo il link DENTRO a una parola *hacker voice* I’m in.)

Kurt Vonnegut. So di lui solo quello che posso dedurre dai suoi libri. E dai suoi libri io posso dedurre che era un ometto adorabile, dolcissimo, con tantissime cose meravigliose nel cuore, un’ironia, una pietà e un’acutezza fuori dal comune, bravo coi bambini e amante del gelato allo yogurt al mango (chiaro segno di purezza di cuore). Se per caso è stato una persona terribile, uno di quelli che applaudiva all’atterraggio e che quando prendeva le scale mobili stava al centro rompendo le palle a tutti e creando intralci per favore non ditemelo, ne soffrirei troppo.
Di Vonny ho letto Perle ai porci (1965) e Mattatoio n 5 (1969).
Ho intenzione di leggerne altri dello stesso autore, magari più avanti. Alcuni elementi, nomi, foto, ritornano nei due libri.

Mattatoio n 5 (o La crociata dei bambini) è un macello di romanzo, a raccontarlo così. Parla di guerra, di alieni, di persone, di viaggi nel tempo. Va avanti e indietro e secondo me avrebbe senso letto da qualsiasi punto in avanti. In breve: c’è un uomo che ha fatto la guerra, viene rapito dagli alieni, tenuto da loro in una teca come animale da baraccone, torna alla sua vita da pensionato un po’ bislacco, non smette mai di viaggiare nel tempo. La sua vita non è lineare, tutt’altro, la vive come capita, salta da un decennio all’altro, è già stato nel momento della sua morte, è già stato in ogni momento della sua vita. Vuole dire a tutti quello che ha acquisito sul tempo e sulla morte nel suo periodo di permanenza su un pianeta alieno.
Anche quando parla di alieni Vonnegut usa il suo linguaggio semplice, chiaro, familiare. Non riesco a chiamare questo libro un libro di fantascienza perché è profondamente umano. Non vi dico altro però ve ne lascio qui un pezzetto.

“La cosa più importante che ho imparato su Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in apparenza. Nel passato è ancora viva, per cui è veramente sciocco che la gente pianga al suo funerale. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. […] Quando un tralfamadoriano vede un cadavere, l’unica cosa che pensa è che il morto, in quel momento, è in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in un gran numero di altri momenti.”

Perle ai porci (o Dio la benedica, Mr Rosewater) è un po’ diverso. Parla sì, di guerra, di Utopia, di ricchezza ma più di tutto parla degli uomini. Quel crogiolo incredibile di umanità che va dall’assicuratore al mendicante, dal ristoratore al giornalaio. Parla di ineguaglianza sociale, di pietà, di solidarietà, di Stati uniti d’America, di amore per il prossimo, amore primitivo. É ironico di un’ironia amara (anche Mattatoio n 5 lo è, ma qui si sente di più) ma mai pesante, un’ironia leggera, buttata lì, spesso un po’ ridicola, un po’ grottesca, un po’ giullaresca, come i suoi personaggi. Non ci sono grandi liriche, nemmeno qui, il solito linguaggio chiaro semplice e molto comunicativo. Non ve lo dico nemmeno che mi è piaciuto da matti, credo (spero) si capisca da come ne scrivo.
Trama in breve: Eliot Rosewater, reduce di guerra, alcolista, nato ricco e privilegiato dalla nascita, decide di usare l’enorme ricchezza della sua famiglia per aiutare i poveri, i malati, i depressi, tutti coloro che non sanno cosa fare della loro vita. Si trasferisce in Indiana. Tutti lo trattano come se avesse perso il lume della ragione. Probabilmente lo ha perso davvero.

“Un’espressione prima addolorata e confusa e poi impotente si dipinse sul volto del senatore. “Dimmi una sola cosa buona di quella gente che Eliot aiuta.”
“Non posso.”
“Lo immaginavo.”
“É un segreto” disse lei, costretta a rispondere, augurandosi che la discussione finisse lì.
Senza rendersi conto che stava diventando spietato, il senatore insisté. “Sei tra amici, adesso: e se ci confidassi questo grande segreto?”
“Il segreto è che sono esseri umani” disse Sylvia.”

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Chi me lo ha chiesto #1 – Walter Siti

CIAO ITALIAAAA *pubblico applaude a comando mentre io, novella Alessia Marcuzzi, entro in uno studio televisivo immaginario a grandi falcate con una cartellina tra le mani*
Benvenuti alla prima puntata di Chi me lo ha chiesto, un format innovativo in cui parlo in maniera idiota delle cose che mi piacciono. Vi pare una bella idea? Vorrei farne una rubrica. Non vi pare una bella idea? Non me lo dite, sono sensibile e comunque non è educato. Vi hanno cresciuto i lupi? E insomma.

Oggi vorrei parlarvi di Walter Siti. Uno scrittore italiano ANCORA VIVO. *pubblico fa gasp e aaaah*
Devo ammettere che la letteratura italiana strettamente contemporanea è un mistero per me e sto ancora cercando di capire cosa vale e cosa no. O semplicemente di capire chi è da leggere e chi no. É difficile, la qualità è di nicchia, io non so a chi chiedere e comunque non mi fido di nessuno.
Secondo me Walter Siti vale. E sticazzi, direbbe Walter Siti. Farebbe bene.
Di codesto uomo ho letto quella che secondo fonti attendibili (il mio prof di Letteratura Contemporanea con un ego veramente gargantuesco) è il suo gioiellino. Una trilogia finto-autobiografica chiamata Il dio impossibile, scritta tra il 1994 e il 2006. L’ho presa su amazon, l’ho letta sul Kindle. Ci ho messo un anno e mezzo perché la mia voglia, il mio interesse e la mia motivazione andavano su e giù. I titoli dei tre libri (scritti prima separatamente e poi messi insieme, risistemati e pubblicati come raccolta, se ho capito bene -non lo so raga non sono google-) sono Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi Paradisi. Allora.

Scuola di nudo è stato un bel colpo. Non leggevo da anni, ho sempre letto romanzi di matrice molto ottocentesca, strutturati in maniera tradizionale. Catapultarmi nel mondo di questo finto Walter Siti è stato molto strano. É tutto diverso, siamo nel campo della letteratura post-moderna. Che cos’è la letteratura post-moderna? Quando lo capisco ve lo dico. La letteratura post-moderna è tutto e niente, è la nouvelle vague del romanzo. Mantiene, distrugge, riusa. L’autore introduce qui quelli che saranno poi i temi principali della sua scrittura, cita, mescola linguaggi, verità e menzogna, parla di un se stesso fittizio e solo verso la fine rivela che no, non è davvero lui, quello là. Ho amato molto.

Un dolore normale è forse il romanzo più “tradizionale” della trilogia. É una sorta di finto manoscritto sulla sua storia d’amore travagliata che il finto Walter Siti, anch’esso scrittore, deve consegnare. Però ha deciso di rivederlo e di essere più sincero, di aggiungere quello che non aveva scritto. Molto bello ma il più debole dei tre, a mio modestissimo parere. Forse il più lirico.

Troppi Paradisi è il capolavoro. Attraverso il giochino ormai rivelato e manifesto della finta autobiografia compie delle analisi lucidissime. Siti usa il pretesto delle sue storie d’amore coi suoi (finti?) uomini per parlare del mondo della televisione italiana nei primi anni duemila, del circuito dei bodybuilders romani (sua ossessione da sempre), della cocaina, dell’immagine, dell’occidente tutto. Il romanzo d’amore si trasforma in altro senza mai smettere di essere romanzo d’amore. Le tematiche sono abbastanza forti. Si parla di perversioni, della sua, di quelle degli altri, senza mai perdere il lirismo, senza mai diventare stucchevole e senza mai scadere nel saggio.

Troppi Paradisi inizia così: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere. Anche questa civetteria di mediocrità è mediocre, come i ragazzi di borgata che indossano a migliaia le T-shirts con su scritto <<original>>; notano la contraddizione e gli sembra spiritosa. Se non fossi medio troverei l’angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia.”

Se non vi ho convinti così non so cosa dirvi.
Alla prossima puntata. *Il pubblico dorme perché sono noiosa, le luci si spengono, rimango io nel bel mezzo dello studio con gli occhi che luccicano di furore letterario*

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