Accadimenti, Musica, Riflessioni

Il cielo su Torino ecc ecc

Mio fratello studia a Torino. Io a Torino prima di luglio scorso non ci ero mai stata. Ci avevo pensato, di andarci a vivere, trascinata prima dalla mia malsana ossessione per i Subsonica e poi per la mia malsana paura della vita, a 17 anni e poi di nuovo a 22, ma non ci ero mai stata. A luglio scorso erano stati 4 giorni pieni di ansia. Dovevo fare le veci dei miei genitori nell’aiutare mio fratello a trovare una camera in cui vivere da settembre in poi. Mi sentivo sotto pressione, faceva caldo, i tram passavano in maniera strana e non c’erano abbastanza attraversamenti pedonali lungo quei corsi lunghissimi e divisi da file di alberi che in realtà sono tipo 4 strade che si chiamano tutte uguali io sono troppo scema per orientarmi in una città grossa e non perfettamente, o quasi, oliata come Milano. Seriamente. Milano è a prova di scemo. Comunque. A luglio Torino non mi era piaciuta. Intendiamoci, una bellissima città e tutto quanto, però non era scattata la scintilla. Poi ci sono tornata a ottobre. Una roba mordi e fuggi. Andata e ritorno in 36 ore. Per la laurea di mio cugino. Non avevo visto assolutamente nulla, solo il Politecnico, la camera di mio fratello, i piatti lerci nel lavandino, corsi, ingegneri vestiti tutti uguali perché suppongo che 5 anni di matematica ti provochino dei danni al cervello, lucine, ristorante, gente, parenti. Ancora una volta, la pressione di dover adempiere a degli impegni mi aveva distratta. A chi mi chiedeva di Torino dicevo “eh, bella, però non ci vivrei”. Un vero peccato. Circa dieci giorni fa ci sono tornata. Sono rimasta 2 giorni e mezzo. Per vedere mio fratello. Non avevamo niente da fare. Nessun piano che non fosse camminare un botto, mangiare il gelato e la pizza, stare un po’ insieme. Sono arrivata. Solita manfrina per capire a quale capo della Stazione di Porta Susa mi trovo (uso come punto di riferimento la scritta per poi scoprire che la scrittà c’è su entrambi i lati, ilarità generale) poi iniziamo a camminare. Il primo pomeriggio non facciamo altro. Camminiamo. Piove pure. Vediamo le cose. Vedo per la prima volta Piazza Vittorio Veneto e i (sui? nei? lungo i?) Murazzi. Non ci penso un granchè su, mi guardo attorno e basta. Faccio foto. La sera del primo giorno sono di umore veramente scoppiettante. Do il meglio di me, parlo un casino. Il giorno dopo siamo invitati a pranzo. Quando mi chiedono che cosa ho visto io nemmeno lo so spiegare. Non lo so. Sono lì per mio fratello. A Milano ho lasciato un sacco di scadenze, questioni in sospeso e cose da fare. Non sto pensando a niente. A cena conosco altra gente. Comincio a sentirmi usurata. Le interazioni sociali mi logorano. Però secondo me me la cavo. Mio fratello è molto carino, si assicura che io sia a mio agio e mi dice che apprezza lo sforzo. Blip bliz bop bop, scorriamo avanti veloce fino ad adesso. Su tuitter è pieno di scherzoni sull’apocalisse perché la situazione politica è sconfortante. Sono qui che mi faccio gli affari miei e mi viene in mente una canzone dei Subsonica. Ho ascoltato i Subsonica più o meno ogni giorno dai 14 anni in poi fino almeno ai 20, quindi non è che sia così strano che delle cose mi facciano venire in mente altre cose che mi fanno venire in mente i Subsonica. Succede continuamente. A ogni folata di vento mi parte in testa Il Vento, per dire. Dunque. Mi viene in mente La Glaciazione, contenuta nell’album L’Eclissi, che parla fuor di metafora fondamentalmente dei sopravvisuti alla glaciazione in un deserto di appunto ghiaccio ecc ecc. Dopo La Glaciazione nell’ordine del disco viene L’Ultima Risposta, altro pezzullo tbqh. Sono lì che mi beo della sensazione di sicurezza e familiarità che mi danno le canzoni del famoso gruppo del capoluogo piemontese fondato nel 1996 (fonte: Wikipedia) che SNAP! HO CAPITO TUTTO! Ho capito i palazzi chiari, imponenti e raffinatissimi, che sembrano nascondere qualcosa. Ho capito le nuvole su Piazza Vittorio Veneto, immensa, che non sai dove guardare perché in ogni angolo c’è qualcosa in più, una strada di cui non vedi la fine, gli alberi, la Chiesa della Gran Madre di Dio, il fiume, i lampioni. Ho capito i palazzi liberty e i graffiti. La Mole Antonelliana e lo sgangheratissimo negozio di materassi che c’è all’angolo. Ho capito Piazza Castello, che si chiama così perché c’è il castello, ma io il castello non lo guardo mai perché mi fermo con lo sguardo sempre e solo al cancello. Adesso Torino mi piace un botto. I Subsonica non hanno mai smesso di farlo.

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I consigli che vorrei mi avessero dato quando sono andata a vivere fuori per l’università

Io sono una persona ansiosa che preferirebbe sapere tutto prima di far qualcosa, per avere la certezza di comportarmi nel modo giusto. Ma tutto tipo come-funziona-ogni-dinamica-cosa-dico-cosa-mi-rispondono. Ovviamente nessuno poteva dirmi (e comunque io non ho chiesto perché mi sento Rambo nella tundra -mai visto il film, non so se c’era davvero della tundra- che deve farcela da solo) che significa vivere in coinquilinanza in una città sconosciuta e lontana (nel mio caso) quindi mi sono dovuta arrangiare, e in ogni caso sono cose talmente piccole che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di menzionarle. Nulla di grave, solo imbarazzo e piccoli errori. Ma se avessi evitato l’imbarazzo avrei vissuto meglio. Ecco perché ho deciso di fare questa lista di consigli cuore a cuore per voi ansielli come me. Sono pochi ma buoni, anche se me lo dico da sola. Sono un po’ alla seconda persona singolare un po’ alla seconda persona plurale. Perché sì.

1) Prendi subito possesso della casa in condivisione. Non intendo prenderne possesso CONTRO gli inquilini, intendo abituarti a stare a tuo agio in tutte le zone in comune, senza farti schiacciare in camera dalla paura di far conversazione di circostanza o di mangiare in silenzio con un semi sconosciuto al tavolo. Vai nei luoghi. Vai in bagno. Prenditi il tuo tempo per cucinare e mangiare. Occupali pure, i luoghi, la casa è anche tua. Non devi spicciarti sempre, non sei un ospite. Stampatelo in fronte: LA CASA É ANCHE TUA, TU (i tuoi genitori) PAGHI MENSILMENTE PER QUELLA CUCINA ORRENDA (son case da studenti, siamo onesti) E PER QUEL VECCHIO BAGNO PIASTRELLATO.

2) Non aver paura delle chiacchiere di circostanza. Sono facili, perché sono di circostanza DUH e perché le stai facendo di solito con un conoscente o con qualcuno di cui non ti importa molto. Sono fondamentali per una convivenza civile e rilassata con coinquilini e colleghi, e anche un rapporto superficiale di chiacchiere sul clima maronna che caldo che fa può salvarti quando devi chiedere appunti, favori, informazioni (vedi punto successivo), perché mantengono un rapporto. Mantenere i rapporti è ok. Mantenere i rapporti è bene. Chiudersi in camera non parlando con nessuno per 5 giorni è male.

3) Non avere paura di fare domande. Sopratutto (è corretta anche la forma con solo 3 t, bestie) se gli inquilini vivono in quell’appartamento prima di te, BOMBARDALI DI DOMANDE. Patti chiari, amicizia lunga. Meglio rischiare di sembrare cretini che fare la roba alla cieca e dimostrarsi cretini senza alcun dubbio. Chiedi come funziona la lavatrice e che politica adottate in casa (solo nel weekend? Quando vi pare? Di notte sì o no? E gli stendini?), chiedi i turni delle pulizie, se il portone di casa si chiude solo se lo preghi in ginocchio o se lo sbatti così e cosà, quante volte va bene che usiate il forno in un mese. Tutte le domande che ti vengono in mente, tu falle. Questo consiglio va bene in tutti gli ambiti della tua esistenza. Prendi appunti.

4) Chiedi SUBITO il numero di telefono degli inquilini o se non vogliono dartelo perché troppo personale (dipende tutta da quanto sono più grandi di te, come sono abituati a vivere la coinquilinanza) l’amicizia su facebook. Potrebbe dimostrarsi molto utile per varie comunicazioni riguardo la casa e cose così, per così così intendendo per quando non hai voglia di avere a che fare con gli essere umani ed è più semplice scrivere un messaggino in chat pop pop fatto, anche oggi sei stato un essere umano comunicativo e funzionale al 75%

5) Imparare a fare una spesa sensata può essere difficile. Credo di aver perfezionato questa arte solo da poco. Metti giù un piano più o meno rigido. Io, ad esempio, faccio una spesa un po’ più grossa una volta a settimana, di solito a inizio settimana, e una capatina di rinforzo a metà settimana. Ognuno compra quello che vuole e che consuma ovviamente, io al massimo posso fare un esempio di quello che compro io più o meno settimanalmente: pasta, latte, riso e/o cereali, pane (che poi congelo) + qualsiasi cosa possa somigliare al pane (crackers, crostini, gallette, schiacciatine), hamburger di pollo (certe volte congelo anche quelli), frutta e verdura, patatine fritte surgelate, roba da mettere nella pasta (tonno, pesto, pomodori, quello che ve pare). Cerca di farti una piccola dispensa in casa (e in freezer se c’è abbastanza spazio SPOILER di solito non c’è) per quelle sere immediatamente pre-spesa in cui non hai voglia di trasformarti in Cracco per mettere insieme strabilianti manicaretti partendo da wrustel maionese e patè di olive. LE OFFERTE, che cosa strabiliante. Sfrutta sempre un’offerta su una cosa che ti piace, fai un po’ di scorta, lascia che la previdente casalinga americana che vive in una villetta ai sobborghi di Boston che c’è in te prenda il sopravvento. Potrebbe salvarti la vita e farti risparmiare quei santi 4 euro con cui comprare un Kinder Bueno o della droga, sta a te, mio giovane padawan.

6) Non prenderti male se non diventi amico per la pelle dei tuoi inquilini. Le persone vivono la coinquilinanza in maniera diversa, alcuni potrebbero essere bendisposti, altri meno. Capita. Nessuno ti obbliga a frequentarli anche fuori o a diventare parte delle loro vita. La coinquilinanza è prima di tutto una necessità, se diventa amicizia va bene, l’importante è quel rapporto civile e rilassato di cui parlavo prima. Quello è fondamentale per ragioni pratiche ma anche psicologiche. Gli amici te li fai all’università o nei luoghi in cui compri la droga. Insomma per quelli c’è sempre tempo.

7) Se hai deciso di studiare fuori, vuol dire che lo volevi. O almeno spero. Se stai male, abbi il coraggio di ammettere la sconfitta e di tornare a casa. Sentire un po’ di mancanza è normale, prendersi un po’ di tempo per entrare nel meccanismo universitario e della città nuova in cui vivi è più che normale. Datti tempo, impara a capir come va, come sta andando, cosa vuoi. Mantieni i contatti con le persone della tua vita precedente ma non lasciare che ti intralcino nel creartene una nuova. Andrà tutto bene. In ogni caso.

Chiudo con una nota polemica e controversa:
Sono consapevole del valore socioantropologico dei pacchi di vettovaglie da casa come momento di contatto e condivisione di una famiglia lontana, lo sono lo giuro. Cerca solo di non scadere nel ridicolo e fatti mandare solo roba che nella città in cui vivi è assolutamente introvabile o che non puoi proprio preparare in casa. Tutte quelle scatole non si ricicleranno da sole, e sulle tue spalle pesa l’orrenda colpa di aver contribuito a creare tutte quelle ridicole pagine fan su facebook sulle esilaranti avventure del t*rrone fuorisede.

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La lavatrice come cifra dell’adultità

Sono Priscilla, ho 22 anni suonati e oggi ho fatto un macello con la lavatrice. In pratica -non ho idea di come- ho fatto saltare la centrifuga ai panni, li ho estratti zuppi, li ho strizzati con le lacrime agli occhi, li ho piazzati sullo stendino in corridoio. Nel panico, mi sono resa conto che gocciolavano. Letteralmente. Sul pavimento. Ci ho piazzato sotto dei vecchi asciugamani ingrigiti e ora sono qui al buio in camera che prego che si asciughino quel tanto che basta per smettere di gocciolare prima che finiscano per allagare il corridoio. Il maglione grosso l’ho steso direttamente nella vasca. In un momento imprecisato di questa disperata corsa contro l’acqua ho scritto su whatsapp a mia madre. La soluzione, perfetta e spietata, è arrivata quando ormai mi ero arrangiata. “Rimettili a fare solo la centrifuga, c’è il programma apposito”. Troppo tardi, madre. Ormai sono a letto, schiacciata dalla vergogna e dal senso di incapacità. Questa della lavatrice, diciamolo, è la goccia (ah-ah) che ha fatto traboccare il vaso. La verità è che sono inabile nello svolgere delle mansioni elementari e che dovrei padroneggiare da anni. Dopotutto vivo da sola da quando ne ho 19. La verità è che io non mi sento affatto adulta a un’età in cui mi si comincia a richiedere adultità, e questi piccoli episodi (che accadono di continuo – a poche settimane fa risale il mio primo approccio con la cucina a induzione e la lavastoviglie, una roba che nemmeno Piero Angela narrandovela saprebbe rendere dignitosa- ) me lo ricordano, lo sottolineano, non mi permettono di abbassare la guardia un secondo. La verità è che adesso che ho iniziato la magistrale mi sento molto più vicina di quanto vorrei al mondo del lavoro. E più mi avvicino più mi sento una cinquenne buttata nell’arena, più mi avvicino più mi rendo conto di non sapere fare assolutamente nulla di mercificabile. Non ho esperienza e senza esperienza non ti fanno fare esperienza. Non sono spigliata abbastanza da sopperire all’inesperienza col senso pratico o con le conoscenze. Mi sento nuda in piazza o una di quelle persone molto stupide che si fanno inseguire dai tori durante quella cosa molto stupida in cui dei tori vengono sguinzagliati per le vie della città. Non capisco cosa devo fare, cosa voglio fare, come riaggiustarmi. Io non so di chi sia la colpa, probabilmente è mia. Probabilmente avrei dovuto pensarci prima, fare esperienze all’estero, imparare a scrivere un curriculum, infilarmi in qualsiasi cosa mi permettesse di fare qualcosa. Qualcosa. Ma qualcosa cazzocosa? Le occasioni le ho tutte perse. Diciamo pure che non le ho mai nemmeno cercate. Mi sono cullata. Mi sono cullata sui miei buoni risultati, sulla mia pigrizia, sull’appoggio dei miei genitori. Mi sono cullata per così tanto tempo che adesso che sono ferma, in piedi e mi guardo attorno non capisco quale sarà il prossimo passo.
(Mia madre mi suggerisce di metterci delle vasche, sotto ai vestiti gocciolanti, al posto degli asciugamani, è una buona idea, lo faccio.)
Io non voglio parlare a nome di una generazione, anche perché scommetto che nel mondo ci sono milioni di ventiduenni molto più abili, spigliati, sfacciati, coraggiosi, lavoratori, volenterosi, vissuti di me. Io voglio esprimere una condizione nuova che sto vivendo e che non mi aveva mai colpita con così forza come adesso. Vorrei fare qualcosa e mi sento mille pressioni addosso ma ho paura, sono pigra, è molto più facile pensare “prima o poi troverò qualcosa prima o poi avrò voglia di trovare qualcosa”, sono paralizzata ma consapevole di esserlo e di non potermelo più permettere. In poche parole, non sono ancora nemmeno lontanamente adulta, qualunque sia la mia concezione distorta di adultità. E come se non bastasse non so fare la lavatrice.

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In difesa delle lauree in lettere

Questo non è un post che elenca gli innumerevoli vantaggi del greco e del latino, questo è un post di me che tratto male gli sboroni snob con quell’ironia macchiata di malcelato senso di superiorità che troppo spesso contraddistingue noi (sì, noi, ho la laurea, pussa via) del settore. Non è vero, non è neanche quello, è uno sfogo.

Da quando ho deciso che avrei studiato lettere, quindi una roba come 4 anni e mezzo fa, ogni volta che lo comunico a qualcuno le reazioni variano dal “come sei coraggiosa” come se stessi partendo per il Vietnam zaino in spalla e coltello tra i denti al”ah, bello” + espressione di disgusto come se fossi uno scarafaggio spiaccicato sul marciapiede, “ah allora in che anno tizio ha scritto roba?” raga ma che ne so, “uuuuh brava” con la faccia di chi parla a un bambino con difficoltà nell’apprendimento che dice di aver imparato a contare fino a 15.
Lettere è una scelta facile, a lettere leggi e basta, a lettere si fa la roba del liceo, a lettere ti basta leggere, non devi fare esercizi, non devi capire concetti. A lettere ci vai perché vuoi insegnare e perché a 8 anni ti piaceva leggere. Scrivevi le poesie nel tuo quadernetto segreto? (Spoiler: sì, un botto) A lettere poi si vestono malissimo. Maledetti radical chic. Tutti comunisti. Tutti brutti. E poi non trovano lavoro. Secchioni. Sfigati. Non fanno altro che grattarsi il culo. E rosicano perché quelli che studiano Roba Vera (economia, medicina, non lo so) loro sì che cambiano il mondo, loro sì.

Ora che devo dire alla gente che ho intrapreso una magistrale che mixa insieme elementi di editoria, lettere, comunicazione e storie e tecniche della moda, non ne parliamo. Una femminuccia che studia i vestitini. Snobbata pure dai letterati puri e duri che vivono nella loro torre d’avorio a farsi i pippotti a vicenda.
Io ho scelto lettere non perché avessi voglia di spiegare a degli adolescenti coi bubboni che Pirandello era un genio e che no, non sarebbe stato meglio se Dante avesse consumato con Beatrice e si fosse fatto una vita, io ho studiato lettere perché quando leggo qualcosa di bello, quando leggo una poesia, un brano, un libro, quando guardo un film io mi commuovo. Il cuore mi scoppia nel petto e penso che la vita vale la pena di essere vissuta e secondo me la società ha bisogno che tutti sperimentino questi momenti, almeno una volta al mese, almeno una volta al giorno. Io ho scelto lettere perché mi piace ripetere a chiunque sia disposto ad ascoltarmi che secondo me un’entità superiore esiste, perché non può essere che le menti che abbiano creato la poesia debbano finire e non può essere una cosa meramente terrena, che dipende da boh gli stimoli nervosi e dalle celluline del cervello (parlo di scienza come se fossi alle elementari perché purtroppo non ricordo altro, grande pecca di Noi Laureati in Lettere, rimedierò). Io ho scelto lettere perché è l’unica cosa che mi piace davvero. Ho scelto lettere e poi ho un po’ corretto il tiro, ho sentito il bisogno di scegliere qualcosa di più strettamente moderno e pragmatico per mettere a frutto le mie basi. Senza perdere l’imbastitura umanistica. Quello mai. E se non troverò lavoro e dovrò vivere sotto i ponti o accontentarmi di un altro impiego o fare mille anni di gavetta allora va bene così. Coi miei bei librini sotto un braccio. Ci ho provato. Ho provato a vivere della mia passione in un periodo storico tutto sommato triste in cui le passioni vengono rilegate ad hobby perché c’è da guadagnare. Non vi riguarda nella maniera più assoluta.

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

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Riflessioni

Bilanci

Come oramai sanno anche 1) il cane del vicino e 2) il fruttivendolo, quest’anno ho fatto una cosa che ho ribattezzato Insalatiera della Felicità (qui il post a riguardo). Oggi, 1 gennaio 2017, ho tirato fuori i bigliettini e li ho letti. Ecco qualche dato.

I bigliettini sono in totale 59. 18 sono scontrini, biglietti da visita, biglietti di treni, autobus, concerti, aerei, il resto pizzini scritti a mano su post it colorati (rossi, gialli e verdi, principalmente) e pezzi di carta strappata da chissà che quaderno di appunti (in almeno un paio di occasioni, quello di inglese). In almeno 12 dei bigliettini il cibo è menzionato come motivo principale o accessorio di contentezza e felicità (menzione speciale al gelato in coppetta, gli ho dedicato ben 4 bigliettini nel corso dell’anno). Un numero ridicolo di bigliettini (7) parlano della stessa persona. Altrettanti si riferiscono a sessioni di shopping e momenti di felicità improvvisa e solitaria. In uno parlo delle stelle, in un altro del sole, poi di Pokemon Go, in un altro ancora scrivo male perché “mi sono ustionata con l’olio delle faccette di patatine”(…) giorno 20 luglio. 3 mostrano stupore e soddisfazione per essere riuscita a socializzare/aver passato dei bei momenti con persone più o meno sconosciute, 9 si riferiscono a soddisfazioni personali (esami, laurea, patente), 6 o 7 riguardano il tuitter più o meno direttamente. In un paio, vengono menzionati dei gatti. Circa 12 sono dedicati in varia misura a uscite con amici e famiglia. Le persone sono molto presenti ma non sono totalizzanti, sono riuscita ad essere felice anche da sola, anche solo per 20 minuti. Leggendoli tutti ho riso, mi sono sentita in imbarazzo, ho pensato “uh è vero”, ma ricordavo quasi tutto. Suppongo che fermarsi a scrivere di un momento in qualche modo lo fissi e forse è anche per questo che non sono riuscita a pensare neanche per un secondo cose tipo “che anno di merda” come ho fatto invece spesso, per esempio, nel 2015 (che, per onore di cronaca, potrebbe essere stato l’anno peggiore della mia giovane florida vita).

Ha avuto senso fare questa roba? Sì. Ho già istituito il Sacchettino Furla della felicità 2k17. In pieno accordo con quello che più mi ha fatto riflettere quest’anno (come dovremmo riuscire a non vergognarci più di mostrare e ammettere la nostra felicità e i motivi della nostra felicità, trovate qualcosa anche qui) non mi sono vergognata come avevo immaginato. Ho riso e mi sono data della cretina ma non ho ad esempio sentito il bisogno di nascondere i bigliettini più imbarazzanti. La Lilla del passato è stata felice per questa cosa estremamente cretina e/o sdolcinata? Buon per lei. Quando lo ha scritto non le era sembrata così cretina e/o sdolcinata. Ci ho trovato una felicità bambinesca, ingenua, naturale, quella che ri-vista da un momento successivo si guasta. Per questo è stato importante fissarla subito. Esperienza consigliata 5 stelle su 5 spedizione veloce oggetto proprio come nell’immagine venditore disponibile. A propositi aspettative ansie e speranze ci pensiamo un altro giorno.

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Riflessioni

La terra degli aranci o quel che è

Io sono una siciliana ingrata. Mi spiego. Ho un rapporto molto strano con la mia terra (ecco, questa è un’espressione tipicamente siciliana LA TERRA MIA *agita il pugno come i vecchietti siciliani piegati sul bastone* -avete presente, dai) non vedevo l’ora di scappare, non mi sono pentita di averlo fatto, non credo di volerci tornare a vivere stabilmente una volta presa la magistrale, idealizzo tutti i posti perché tutti i posti mi sembrano migliori (scusa assessorato al turismo della regione Sicilia, giuro che poi migliora, continuate a leggere, e se state pensando di andare in vacanza in Sicilia andateci lo stesso) ci sono tante cose che mal sopporto e tante cose che mi fanno arrabbiare fino alle lacrime. Peró.

Una volta, avevo 13 anni, mi dissero “quando andrai al liceo (per andare al liceo ho dovuto fare la pendolare per 5 anni, sono temprata dal fuoco di mille viaggi in autobus alle 6 del mattino) capirai la vera importanza del paesino” ecco, io l’importanza del paesino ancora non l’ho mica capita. Non l’avevo capita allora, quando mi bastava mezz’ora di autobus per respirare aria nuova, e non la capisco adesso a 1600 chilometri di distanza. Importanza de che. La provincia italiana è (brutta) uguale ovunque. Però.

Quando mi chiedono se mi manca la Sicilia io dico di no. Io dico che se mi manca è perché lì c’è la mia famiglia, la mia camera, il mio passato prossimo, e se la mia famiglia si trovasse nel deserto allora mi mancherebbe il deserto. Chissenefrega. Il mare l’ho sempre visto poco e nemmeno mi piace, il sole mi dà solo fastidio, maledetto sudore. Però.

Sono una siciliana ingrata e anche un po’ atipica e se qualcun altro mi tira fuori quella storiaccia dei siciliani socievoli espansivi estroversi calorosi rumorosi io mi metto a urlare come le pazze e a rovesciare le sdraio nella piscina come Marissa Cooper. Però.

C’è che però quando scendo dall’aereo e guardo il cielo l’azzurro è diverso (ve lo giuro, lo noto tra un’imprecazione e l’altra per il caldo o l’applauso al pilota -che ha fatto solo il suo dannato lavoro, la prossima volta faccio l’applauso al cassiere del Conad quando mi dà il resto CLAP CLAP). C’è che però la Sicilia è quella di cui mi raccontano le mie nonne, la provincia di Palermo negli anni boh (40? Non ne ho idea, scusa nonna), lo scandalo, sicuramente più tardo, delle prime minigonne in paese. C’è che però in questo momento (sono le 06:53 del mattino e io sono su un autobus per Fiumicino, non so quando pubblicherò il post, nel dubbio voi immaginatemi molto bella e vestita bene in aeroporto -ho un meraviglioso cappello di paglia a tesa larga verdino) non riesco a non essere felice di tornare giù. Non per molto, che poi mi rompo i coglioni, però fremo. Sento un’energia diversa che pervade tutte le cose, l’immaginario filtro Sicilia su Instagram sarebbe luminosissimo.

La Sicilia è un posto particolare. Molto profondo, pieno di contraddizioni, segnato da ferite insanabili. Un sacco di solchi. Ce l’hai sempre dietro. Non smetti mai di essere siciliano, con tutte le cose belle e brutte che la cosa comporta. Mi va benissimo così. Adesso scusate torno ad ascoltare Taylor Swift.

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Accadimenti, Riflessioni

L’insalatiera della felicità

I fedelissimi di tuitter lo sanno già ma io ve lo voglio raccontare di nuovo. A circa credo metà gennaio (o febbraio? Boh, il tempo è relativo e siamo solo formiche nella galassia) ho letto su internet una roba e ho deciso di farla anche io ho avuto un’idea geniale.

Il 2015 per me è stato un anno terribile, per un sacco di ragioni, e ho giustamente passato tutto il mese di dicembre a dirlo a tutti su tutti i social network che i gloriosi anni 10 ci hanno donato. Non riuscivo a ricordare nemmeno un giorno felice di quell’anno infausto. Eppure per la legge dei grandi numeri se non un giorno ma almeno qualche ora felice sparsa qua e là doveva esserci stata, no? Ecco. Quindi ho afferrato un’insalatiera orizzontale (un bicchierone per insalate? WAT) acquistato mesi fa da Tiger e mai utilizzato e ho deciso di metterci dentro un bigliettino ogni volta che mi sento contenta per qualcosa. Anche solo un gelato (e ce ne saranno almeno 3 o 4 di biglietti con su scritto robe tipo GELATO MEGA BUONO BELLA PASSEGGIATA YEYE, sono una ragazza dai desideri semplici oppure una cretina che non ha mai superato i 5 anni) una giornata di sole, un complimento ricevuto, una soddisfazione accademica, un bel telefilm, un acquisto azzeccato. Insomma, ogni volta che sono contenta io prendo un bigliettino ci scrivo sopra data e motivo della contentezza lo piego e lo butto nell’insalatiera della felicità. In questi mesi ci ho pure messo un biglietto di treno e qualche scontrino (sì okay capitalismo e società consumistica ma io vi sfido a non essere felici per un reggiseno coi cupcake, dai, siamo onesti, il bigliettino ci voleva).

PRISCILLA MA PERKE FAI LA PAZZA FETICISTA CHE RACCOGLIE OGGETTI E FRAMMENTI DI VITA E LI METTE TUTTI INSIEME MA KE ANSIA. Ebbene, mia gentile controparte sgrammaticata e sempliciotta interpretata da me stessa per creare dinamismo e tenere gli spettatori incollati allo schermo lurido dei loro ifonz pieni di ditate unte, ho un sacco di risposte.
Lo faccio perché voglio ricordare, lo faccio perché a dicembre rileggerò tutto e mi sentirò immensamente cretina e ghignerò da morire e penserò “ah, allora ne è valsa la pena trascinarsi per un altro anno ancora in quel deserto di cocci di vetro chiodi e maledizioni alle divinità che è la vita”, lo faccio sopratutto per non vergognarmi più di essere felice. Io non so perché ma mi vergogno sempre molto di dimostrare felicità e contentezza, quasi non volessi dar soddisfazione alla vita, quasi fossi lì a mormorare SI OKAY CERTE VOLTE NON FAI SCHIFO VA BENE HAI RAGIONE TU col broncio, quasi non volessi darle ragione. Mi vergogno quando mi sorprendo a ridere per strada da sola, quando ballo in camera, mi vergogno sopratutto quando mi rendo conto che una persona qualsiasi, che sia un estraneo, un amico, una commessa gentile, mi sta aiutando in qualche modo. (Eh? Un essere umano che non sono io mi sta migliorando il pomeriggio?  Un sacco di carne e ossa e chissà che altre schifezze ha il potere di farlo? E se poi lo capisce? Io di sicuro non glielo dico. E non lo dico nemmeno a me stessa, non si sa mai. CIA puppamela, qua livelli di segretezza mai visti. Dan Brown fatti i cazzi tuoi.)

É molto sbagliato. Me lo dico da sola. Essere felici è bello, ammetterlo a se stessi e fare a patti col fatto che certe volte semplicemente ad essere felice da sola non ci riesci e hai bisogno di una leggerissima spintarella (che sia da parte di un buon gelato gusto yogurt al mango o da parte di una -BLÉ- persona) è giusto ed è anche molto rasserenante. Basta parlare di ostentazione, basta parlare di vanto. Io sono felice e ve lo voglio dire. Magari domani non lo sarò più, però oggi lo sono. Catturo i Pokémon, mangio le patatine fritte, la mia carriera universitaria va alla grande, domani torno in Sicilia a rilassarmi un pochino e poi mi metto a lavorare alla tesi. Sono molto tranquilla, mi sento positiva. Più tardi esco col cappello di paglia e bevo un frullato ghiacciato. La felicità non è meno artistica o meno profonda della tristezza.

Giulio Carlo Argan parlando dell’espressionismo di Matisse scrive “Ma l’espressione della gioia non è meno espressione dell’espressione della pena di vivere.”
Grazie signor Giulio Carlo Argan, sono molto d’accordo.

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