Accadimenti, Musica, Riflessioni

Il cielo su Torino ecc ecc

Mio fratello studia a Torino. Io a Torino prima di luglio scorso non ci ero mai stata. Ci avevo pensato, di andarci a vivere, trascinata prima dalla mia malsana ossessione per i Subsonica e poi per la mia malsana paura della vita, a 17 anni e poi di nuovo a 22, ma non ci ero mai stata. A luglio scorso erano stati 4 giorni pieni di ansia. Dovevo fare le veci dei miei genitori nell’aiutare mio fratello a trovare una camera in cui vivere da settembre in poi. Mi sentivo sotto pressione, faceva caldo, i tram passavano in maniera strana e non c’erano abbastanza attraversamenti pedonali lungo quei corsi lunghissimi e divisi da file di alberi che in realtà sono tipo 4 strade che si chiamano tutte uguali io sono troppo scema per orientarmi in una città grossa e non perfettamente, o quasi, oliata come Milano. Seriamente. Milano è a prova di scemo. Comunque. A luglio Torino non mi era piaciuta. Intendiamoci, una bellissima città e tutto quanto, però non era scattata la scintilla. Poi ci sono tornata a ottobre. Una roba mordi e fuggi. Andata e ritorno in 36 ore. Per la laurea di mio cugino. Non avevo visto assolutamente nulla, solo il Politecnico, la camera di mio fratello, i piatti lerci nel lavandino, corsi, ingegneri vestiti tutti uguali perché suppongo che 5 anni di matematica ti provochino dei danni al cervello, lucine, ristorante, gente, parenti. Ancora una volta, la pressione di dover adempiere a degli impegni mi aveva distratta. A chi mi chiedeva di Torino dicevo “eh, bella, però non ci vivrei”. Un vero peccato. Circa dieci giorni fa ci sono tornata. Sono rimasta 2 giorni e mezzo. Per vedere mio fratello. Non avevamo niente da fare. Nessun piano che non fosse camminare un botto, mangiare il gelato e la pizza, stare un po’ insieme. Sono arrivata. Solita manfrina per capire a quale capo della Stazione di Porta Susa mi trovo (uso come punto di riferimento la scritta per poi scoprire che la scrittà c’è su entrambi i lati, ilarità generale) poi iniziamo a camminare. Il primo pomeriggio non facciamo altro. Camminiamo. Piove pure. Vediamo le cose. Vedo per la prima volta Piazza Vittorio Veneto e i (sui? nei? lungo i?) Murazzi. Non ci penso un granchè su, mi guardo attorno e basta. Faccio foto. La sera del primo giorno sono di umore veramente scoppiettante. Do il meglio di me, parlo un casino. Il giorno dopo siamo invitati a pranzo. Quando mi chiedono che cosa ho visto io nemmeno lo so spiegare. Non lo so. Sono lì per mio fratello. A Milano ho lasciato un sacco di scadenze, questioni in sospeso e cose da fare. Non sto pensando a niente. A cena conosco altra gente. Comincio a sentirmi usurata. Le interazioni sociali mi logorano. Però secondo me me la cavo. Mio fratello è molto carino, si assicura che io sia a mio agio e mi dice che apprezza lo sforzo. Blip bliz bop bop, scorriamo avanti veloce fino ad adesso. Su tuitter è pieno di scherzoni sull’apocalisse perché la situazione politica è sconfortante. Sono qui che mi faccio gli affari miei e mi viene in mente una canzone dei Subsonica. Ho ascoltato i Subsonica più o meno ogni giorno dai 14 anni in poi fino almeno ai 20, quindi non è che sia così strano che delle cose mi facciano venire in mente altre cose che mi fanno venire in mente i Subsonica. Succede continuamente. A ogni folata di vento mi parte in testa Il Vento, per dire. Dunque. Mi viene in mente La Glaciazione, contenuta nell’album L’Eclissi, che parla fuor di metafora fondamentalmente dei sopravvisuti alla glaciazione in un deserto di appunto ghiaccio ecc ecc. Dopo La Glaciazione nell’ordine del disco viene L’Ultima Risposta, altro pezzullo tbqh. Sono lì che mi beo della sensazione di sicurezza e familiarità che mi danno le canzoni del famoso gruppo del capoluogo piemontese fondato nel 1996 (fonte: Wikipedia) che SNAP! HO CAPITO TUTTO! Ho capito i palazzi chiari, imponenti e raffinatissimi, che sembrano nascondere qualcosa. Ho capito le nuvole su Piazza Vittorio Veneto, immensa, che non sai dove guardare perché in ogni angolo c’è qualcosa in più, una strada di cui non vedi la fine, gli alberi, la Chiesa della Gran Madre di Dio, il fiume, i lampioni. Ho capito i palazzi liberty e i graffiti. La Mole Antonelliana e lo sgangheratissimo negozio di materassi che c’è all’angolo. Ho capito Piazza Castello, che si chiama così perché c’è il castello, ma io il castello non lo guardo mai perché mi fermo con lo sguardo sempre e solo al cancello. Adesso Torino mi piace un botto. I Subsonica non hanno mai smesso di farlo.

Annunci
Standard
Riflessioni

I consigli che vorrei mi avessero dato quando sono andata a vivere fuori per l’università

Io sono una persona ansiosa che preferirebbe sapere tutto prima di far qualcosa, per avere la certezza di comportarmi nel modo giusto. Ma tutto tipo come-funziona-ogni-dinamica-cosa-dico-cosa-mi-rispondono. Ovviamente nessuno poteva dirmi (e comunque io non ho chiesto perché mi sento Rambo nella tundra -mai visto il film, non so se c’era davvero della tundra- che deve farcela da solo) che significa vivere in coinquilinanza in una città sconosciuta e lontana (nel mio caso) quindi mi sono dovuta arrangiare, e in ogni caso sono cose talmente piccole che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di menzionarle. Nulla di grave, solo imbarazzo e piccoli errori. Ma se avessi evitato l’imbarazzo avrei vissuto meglio. Ecco perché ho deciso di fare questa lista di consigli cuore a cuore per voi ansielli come me. Sono pochi ma buoni, anche se me lo dico da sola. Sono un po’ alla seconda persona singolare un po’ alla seconda persona plurale. Perché sì.

1) Prendi subito possesso della casa in condivisione. Non intendo prenderne possesso CONTRO gli inquilini, intendo abituarti a stare a tuo agio in tutte le zone in comune, senza farti schiacciare in camera dalla paura di far conversazione di circostanza o di mangiare in silenzio con un semi sconosciuto al tavolo. Vai nei luoghi. Vai in bagno. Prenditi il tuo tempo per cucinare e mangiare. Occupali pure, i luoghi, la casa è anche tua. Non devi spicciarti sempre, non sei un ospite. Stampatelo in fronte: LA CASA É ANCHE TUA, TU (i tuoi genitori) PAGHI MENSILMENTE PER QUELLA CUCINA ORRENDA (son case da studenti, siamo onesti) E PER QUEL VECCHIO BAGNO PIASTRELLATO.

2) Non aver paura delle chiacchiere di circostanza. Sono facili, perché sono di circostanza DUH e perché le stai facendo di solito con un conoscente o con qualcuno di cui non ti importa molto. Sono fondamentali per una convivenza civile e rilassata con coinquilini e colleghi, e anche un rapporto superficiale di chiacchiere sul clima maronna che caldo che fa può salvarti quando devi chiedere appunti, favori, informazioni (vedi punto successivo), perché mantengono un rapporto. Mantenere i rapporti è ok. Mantenere i rapporti è bene. Chiudersi in camera non parlando con nessuno per 5 giorni è male.

3) Non avere paura di fare domande. Sopratutto (è corretta anche la forma con solo 3 t, bestie) se gli inquilini vivono in quell’appartamento prima di te, BOMBARDALI DI DOMANDE. Patti chiari, amicizia lunga. Meglio rischiare di sembrare cretini che fare la roba alla cieca e dimostrarsi cretini senza alcun dubbio. Chiedi come funziona la lavatrice e che politica adottate in casa (solo nel weekend? Quando vi pare? Di notte sì o no? E gli stendini?), chiedi i turni delle pulizie, se il portone di casa si chiude solo se lo preghi in ginocchio o se lo sbatti così e cosà, quante volte va bene che usiate il forno in un mese. Tutte le domande che ti vengono in mente, tu falle. Questo consiglio va bene in tutti gli ambiti della tua esistenza. Prendi appunti.

4) Chiedi SUBITO il numero di telefono degli inquilini o se non vogliono dartelo perché troppo personale (dipende tutta da quanto sono più grandi di te, come sono abituati a vivere la coinquilinanza) l’amicizia su facebook. Potrebbe dimostrarsi molto utile per varie comunicazioni riguardo la casa e cose così, per così così intendendo per quando non hai voglia di avere a che fare con gli essere umani ed è più semplice scrivere un messaggino in chat pop pop fatto, anche oggi sei stato un essere umano comunicativo e funzionale al 75%

5) Imparare a fare una spesa sensata può essere difficile. Credo di aver perfezionato questa arte solo da poco. Metti giù un piano più o meno rigido. Io, ad esempio, faccio una spesa un po’ più grossa una volta a settimana, di solito a inizio settimana, e una capatina di rinforzo a metà settimana. Ognuno compra quello che vuole e che consuma ovviamente, io al massimo posso fare un esempio di quello che compro io più o meno settimanalmente: pasta, latte, riso e/o cereali, pane (che poi congelo) + qualsiasi cosa possa somigliare al pane (crackers, crostini, gallette, schiacciatine), hamburger di pollo (certe volte congelo anche quelli), frutta e verdura, patatine fritte surgelate, roba da mettere nella pasta (tonno, pesto, pomodori, quello che ve pare). Cerca di farti una piccola dispensa in casa (e in freezer se c’è abbastanza spazio SPOILER di solito non c’è) per quelle sere immediatamente pre-spesa in cui non hai voglia di trasformarti in Cracco per mettere insieme strabilianti manicaretti partendo da wrustel maionese e patè di olive. LE OFFERTE, che cosa strabiliante. Sfrutta sempre un’offerta su una cosa che ti piace, fai un po’ di scorta, lascia che la previdente casalinga americana che vive in una villetta ai sobborghi di Boston che c’è in te prenda il sopravvento. Potrebbe salvarti la vita e farti risparmiare quei santi 4 euro con cui comprare un Kinder Bueno o della droga, sta a te, mio giovane padawan.

6) Non prenderti male se non diventi amico per la pelle dei tuoi inquilini. Le persone vivono la coinquilinanza in maniera diversa, alcuni potrebbero essere bendisposti, altri meno. Capita. Nessuno ti obbliga a frequentarli anche fuori o a diventare parte delle loro vita. La coinquilinanza è prima di tutto una necessità, se diventa amicizia va bene, l’importante è quel rapporto civile e rilassato di cui parlavo prima. Quello è fondamentale per ragioni pratiche ma anche psicologiche. Gli amici te li fai all’università o nei luoghi in cui compri la droga. Insomma per quelli c’è sempre tempo.

7) Se hai deciso di studiare fuori, vuol dire che lo volevi. O almeno spero. Se stai male, abbi il coraggio di ammettere la sconfitta e di tornare a casa. Sentire un po’ di mancanza è normale, prendersi un po’ di tempo per entrare nel meccanismo universitario e della città nuova in cui vivi è più che normale. Datti tempo, impara a capir come va, come sta andando, cosa vuoi. Mantieni i contatti con le persone della tua vita precedente ma non lasciare che ti intralcino nel creartene una nuova. Andrà tutto bene. In ogni caso.

Chiudo con una nota polemica e controversa:
Sono consapevole del valore socioantropologico dei pacchi di vettovaglie da casa come momento di contatto e condivisione di una famiglia lontana, lo sono lo giuro. Cerca solo di non scadere nel ridicolo e fatti mandare solo roba che nella città in cui vivi è assolutamente introvabile o che non puoi proprio preparare in casa. Tutte quelle scatole non si ricicleranno da sole, e sulle tue spalle pesa l’orrenda colpa di aver contribuito a creare tutte quelle ridicole pagine fan su facebook sulle esilaranti avventure del t*rrone fuorisede.

Standard
Riflessioni

La lavatrice come cifra dell’adultità

Sono Priscilla, ho 22 anni suonati e oggi ho fatto un macello con la lavatrice. In pratica -non ho idea di come- ho fatto saltare la centrifuga ai panni, li ho estratti zuppi, li ho strizzati con le lacrime agli occhi, li ho piazzati sullo stendino in corridoio. Nel panico, mi sono resa conto che gocciolavano. Letteralmente. Sul pavimento. Ci ho piazzato sotto dei vecchi asciugamani ingrigiti e ora sono qui al buio in camera che prego che si asciughino quel tanto che basta per smettere di gocciolare prima che finiscano per allagare il corridoio. Il maglione grosso l’ho steso direttamente nella vasca. In un momento imprecisato di questa disperata corsa contro l’acqua ho scritto su whatsapp a mia madre. La soluzione, perfetta e spietata, è arrivata quando ormai mi ero arrangiata. “Rimettili a fare solo la centrifuga, c’è il programma apposito”. Troppo tardi, madre. Ormai sono a letto, schiacciata dalla vergogna e dal senso di incapacità. Questa della lavatrice, diciamolo, è la goccia (ah-ah) che ha fatto traboccare il vaso. La verità è che sono inabile nello svolgere delle mansioni elementari e che dovrei padroneggiare da anni. Dopotutto vivo da sola da quando ne ho 19. La verità è che io non mi sento affatto adulta a un’età in cui mi si comincia a richiedere adultità, e questi piccoli episodi (che accadono di continuo – a poche settimane fa risale il mio primo approccio con la cucina a induzione e la lavastoviglie, una roba che nemmeno Piero Angela narrandovela saprebbe rendere dignitosa- ) me lo ricordano, lo sottolineano, non mi permettono di abbassare la guardia un secondo. La verità è che adesso che ho iniziato la magistrale mi sento molto più vicina di quanto vorrei al mondo del lavoro. E più mi avvicino più mi sento una cinquenne buttata nell’arena, più mi avvicino più mi rendo conto di non sapere fare assolutamente nulla di mercificabile. Non ho esperienza e senza esperienza non ti fanno fare esperienza. Non sono spigliata abbastanza da sopperire all’inesperienza col senso pratico o con le conoscenze. Mi sento nuda in piazza o una di quelle persone molto stupide che si fanno inseguire dai tori durante quella cosa molto stupida in cui dei tori vengono sguinzagliati per le vie della città. Non capisco cosa devo fare, cosa voglio fare, come riaggiustarmi. Io non so di chi sia la colpa, probabilmente è mia. Probabilmente avrei dovuto pensarci prima, fare esperienze all’estero, imparare a scrivere un curriculum, infilarmi in qualsiasi cosa mi permettesse di fare qualcosa. Qualcosa. Ma qualcosa cazzocosa? Le occasioni le ho tutte perse. Diciamo pure che non le ho mai nemmeno cercate. Mi sono cullata. Mi sono cullata sui miei buoni risultati, sulla mia pigrizia, sull’appoggio dei miei genitori. Mi sono cullata per così tanto tempo che adesso che sono ferma, in piedi e mi guardo attorno non capisco quale sarà il prossimo passo.
(Mia madre mi suggerisce di metterci delle vasche, sotto ai vestiti gocciolanti, al posto degli asciugamani, è una buona idea, lo faccio.)
Io non voglio parlare a nome di una generazione, anche perché scommetto che nel mondo ci sono milioni di ventiduenni molto più abili, spigliati, sfacciati, coraggiosi, lavoratori, volenterosi, vissuti di me. Io voglio esprimere una condizione nuova che sto vivendo e che non mi aveva mai colpita con così forza come adesso. Vorrei fare qualcosa e mi sento mille pressioni addosso ma ho paura, sono pigra, è molto più facile pensare “prima o poi troverò qualcosa prima o poi avrò voglia di trovare qualcosa”, sono paralizzata ma consapevole di esserlo e di non potermelo più permettere. In poche parole, non sono ancora nemmeno lontanamente adulta, qualunque sia la mia concezione distorta di adultità. E come se non bastasse non so fare la lavatrice.

Standard
Riflessioni

In difesa delle lauree in lettere

Questo non è un post che elenca gli innumerevoli vantaggi del greco e del latino, questo è un post di me che tratto male gli sboroni snob con quell’ironia macchiata di malcelato senso di superiorità che troppo spesso contraddistingue noi (sì, noi, ho la laurea, pussa via) del settore. Non è vero, non è neanche quello, è uno sfogo.

Da quando ho deciso che avrei studiato lettere, quindi una roba come 4 anni e mezzo fa, ogni volta che lo comunico a qualcuno le reazioni variano dal “come sei coraggiosa” come se stessi partendo per il Vietnam zaino in spalla e coltello tra i denti al”ah, bello” + espressione di disgusto come se fossi uno scarafaggio spiaccicato sul marciapiede, “ah allora in che anno tizio ha scritto roba?” raga ma che ne so, “uuuuh brava” con la faccia di chi parla a un bambino con difficoltà nell’apprendimento che dice di aver imparato a contare fino a 15.
Lettere è una scelta facile, a lettere leggi e basta, a lettere si fa la roba del liceo, a lettere ti basta leggere, non devi fare esercizi, non devi capire concetti. A lettere ci vai perché vuoi insegnare e perché a 8 anni ti piaceva leggere. Scrivevi le poesie nel tuo quadernetto segreto? (Spoiler: sì, un botto) A lettere poi si vestono malissimo. Maledetti radical chic. Tutti comunisti. Tutti brutti. E poi non trovano lavoro. Secchioni. Sfigati. Non fanno altro che grattarsi il culo. E rosicano perché quelli che studiano Roba Vera (economia, medicina, non lo so) loro sì che cambiano il mondo, loro sì.

Ora che devo dire alla gente che ho intrapreso una magistrale che mixa insieme elementi di editoria, lettere, comunicazione e storie e tecniche della moda, non ne parliamo. Una femminuccia che studia i vestitini. Snobbata pure dai letterati puri e duri che vivono nella loro torre d’avorio a farsi i pippotti a vicenda.
Io ho scelto lettere non perché avessi voglia di spiegare a degli adolescenti coi bubboni che Pirandello era un genio e che no, non sarebbe stato meglio se Dante avesse consumato con Beatrice e si fosse fatto una vita, io ho studiato lettere perché quando leggo qualcosa di bello, quando leggo una poesia, un brano, un libro, quando guardo un film io mi commuovo. Il cuore mi scoppia nel petto e penso che la vita vale la pena di essere vissuta e secondo me la società ha bisogno che tutti sperimentino questi momenti, almeno una volta al mese, almeno una volta al giorno. Io ho scelto lettere perché mi piace ripetere a chiunque sia disposto ad ascoltarmi che secondo me un’entità superiore esiste, perché non può essere che le menti che abbiano creato la poesia debbano finire e non può essere una cosa meramente terrena, che dipende da boh gli stimoli nervosi e dalle celluline del cervello (parlo di scienza come se fossi alle elementari perché purtroppo non ricordo altro, grande pecca di Noi Laureati in Lettere, rimedierò). Io ho scelto lettere perché è l’unica cosa che mi piace davvero. Ho scelto lettere e poi ho un po’ corretto il tiro, ho sentito il bisogno di scegliere qualcosa di più strettamente moderno e pragmatico per mettere a frutto le mie basi. Senza perdere l’imbastitura umanistica. Quello mai. E se non troverò lavoro e dovrò vivere sotto i ponti o accontentarmi di un altro impiego o fare mille anni di gavetta allora va bene così. Coi miei bei librini sotto un braccio. Ci ho provato. Ho provato a vivere della mia passione in un periodo storico tutto sommato triste in cui le passioni vengono rilegate ad hobby perché c’è da guadagnare. Non vi riguarda nella maniera più assoluta.

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Standard
Riflessioni

Quando quello che vorresti essere non coincide e probabilmente non coinciderà mai con quello che vedi allo specchio: un post scritto MALO

A me piace la roba che sta sul confine tra moda e merda. Quella che o ti piace o ti fa schifo, quella che esprime noncuranza fintissima e una buona dose di ragionatissimo cazzomene. A me piacciono i capelli decolorati con la ricrescita evidentissima, le camicie da uomo, le mezze code un po’ di lato, le scarpe giganti, le felpette senza cappuccio con lo scollo tondo, le salopette, i mocassini, i capelli un po’ increspati e di media lunghezza, i vecchi parka flosci senza imbottitura, i vestiti che sembrano solo maxi t-shirt, le cuffie di lana in ogni situazione anche al chiuso, gli occhialoni. Coi cappotti lunghi, con le ecopellicce colorate, coi capelli piastrati lucidi e perfetti, con gli stivaletti eleganti e le borsette luccicanti io non riesco a vedermici. Non sto deprecando questo modo di vestire “alla instagram” e nemmeno sto dicendo che sono un fiocco di neve speciale (questa è una cosa che si dice sempre su internet e che mi fa incazzare, i fiocchi di neve sono bellissimi e le persone possono fare il cazzo che vogliono) che non si piega a queste logiche consumistiche e alla pubblicità sul web, assolutamente, su alcune persone sta veramente bene e mi piace guardarle, cuorarle, magari mi informo pure da dove provengono i capi, sta di fatto che su di me mi sembra una merda. Sarà che non ho mai perdonato il mio corpo per non essere longilineo e sottile come quello di Karlie Kloss, sarà che se mi vedo troppo seriosa o elegante iperventilo, sarà che ultimamente ho un po’ messo da parte la mia femminilità (se solo ci fosse un’altra parola al posto di questa -che fa schifo- per esprimere più o meno lo stesso concetto), sarà che diventare adulta mi fa paura e forse inconsciamente uno dei modi per combattere la paura, distrarla, illuderla è vestirmi da novenne che va a scuola di martedì mattina col panino al salame nello zaino. Non lo so. Mi rendo conto però che ultimamente il mio modo di vestire fatto quasi solamente di jeans a vita alta + felpetta o maglia/camicia pigiata dentro + giacca e di leggins più maglione oversize mi rende assolutamente inadeguata. Cosa dovrei mettere per uscire di sera in posti carini? Perché sono tutti più belli originali ed estrosi di me? Perché non riesco ad andare né in una direzione né nell’altra, né tumblr né instagram, né hipster né fighetta (esiste ancora questa categoria? è per rendere l’idea) a creare uno stile personale e ben curato che possa far pensare UAO CHE ORIGINALE CIOÉ MAGARI IO NON LO METTEREI PERÓ BELLO, EQUILIBRATO, ESTETICAMENTE APPAGANTE, CHE PERSONALITÀ FRIZZANTINA FORTE E ARTISTICA. Forse perché questa personalità forte non la ho? Forse perché sono talmente insignificante che tutto su di me muore e diventa senza senso? Forse perché mi faccio talmente schifo che lo stesso paio di scarpe visto su un passante è bellissimo e poi su di me meh? La mia aura di insignificanza risucchierebbe ogni capo di abbigliamento. Io non lo so come vorrei essere, non precisamente, so solo che non voglio essere così. Sempre inadeguata, sempre bruttina, sempre su un altro pianeta estetico rispetto a quelle carine e siccome non riesco ad essere carina allora facciamo che divento stramba. Visto che non riesco a farmi notare pur volendolo fortemente perché paralizzata da paura o chissà che allora facciamo che mi tingo i capelli di blu. Minimo sforzo massimo risultato. Non devo nemmeno parlare. Certe volte cerco di convincermi che ho dei tratti del viso molto particolari, quasi androgini che o si amano o si odiano. La mia (ancora) minutissima conoscenza del mondo della moda mi aiuta in questa illusione, mi fornisce i termini, le espressioni, le frasi fatte.

Accettare di non essere diventata la bellezza esplosiva che fa girare le teste che a un certo punto pensavo sarei diventata (come se la genetica fosse un’opinione) è stato un bel colpo da metabolizzare. Sono sempre stata immaginifica nel pensare a me stessa senza però mai vedermi davvero, era sempre la versione più figa alta e snella che vedevo, quella mai esistita dopo i 14 anni. Questo rinnovamento isterico e continuo del mio aspetto continuerà finché non imparerò a piacermi pure calva e senza vestiti. Non vedo come possa mai succedere, ora come ora.

Mentre scrivo questo post mi arriva un sicuramente dettato da buone intenzioni messaggio anonimo sul gatto curioso che fa più o meno così: devi essere te stessa non ti devi uniformare alla massa è colpa di Milano. Questo sicuramente dettato da buone intenzioni messaggio anonimo manca di un bel po’ il punto. Certo, Milano offre un triliardo di nuovi stimoli, ma è solo positivo. Vero è però che in qualche modo se piaci agli altri piaci anche a te stessa. É triste e sbagliato e non dovrebbe essere così ma almeno nel mio caso lo è. L’approvazione dall’esterno ti fa pensare che forse hanno ragione loro, valida le tue scelte, pone una nuova luce su te stessa. L’approvazione dall’esterno te la becchi quando sei come le persone da cui ricevi i complimenti o quando soddisfi il loro canone estetico, al 95%. Se cercare di essere più tradizionalmente figa potesse farmi star meglio dovrei farlo? Dovrei abbandonare i sogni di tumblr? Farmi crescere i capelli, riga in mezzo, via la parte decolorata, cappotto cammello, basta scarpe grosse, cercare un tipo di abbigliamento che mi minimizzi i fianchi, comprare camicie da donna, collane, orecchini? Mi devo arrendere e farmene una ragione?

 

Standard
Riflessioni

Bilanci

Come oramai sanno anche 1) il cane del vicino e 2) il fruttivendolo, quest’anno ho fatto una cosa che ho ribattezzato Insalatiera della Felicità (qui il post a riguardo). Oggi, 1 gennaio 2017, ho tirato fuori i bigliettini e li ho letti. Ecco qualche dato.

I bigliettini sono in totale 59. 18 sono scontrini, biglietti da visita, biglietti di treni, autobus, concerti, aerei, il resto pizzini scritti a mano su post it colorati (rossi, gialli e verdi, principalmente) e pezzi di carta strappata da chissà che quaderno di appunti (in almeno un paio di occasioni, quello di inglese). In almeno 12 dei bigliettini il cibo è menzionato come motivo principale o accessorio di contentezza e felicità (menzione speciale al gelato in coppetta, gli ho dedicato ben 4 bigliettini nel corso dell’anno). Un numero ridicolo di bigliettini (7) parlano della stessa persona. Altrettanti si riferiscono a sessioni di shopping e momenti di felicità improvvisa e solitaria. In uno parlo delle stelle, in un altro del sole, poi di Pokemon Go, in un altro ancora scrivo male perché “mi sono ustionata con l’olio delle faccette di patatine”(…) giorno 20 luglio. 3 mostrano stupore e soddisfazione per essere riuscita a socializzare/aver passato dei bei momenti con persone più o meno sconosciute, 9 si riferiscono a soddisfazioni personali (esami, laurea, patente), 6 o 7 riguardano il tuitter più o meno direttamente. In un paio, vengono menzionati dei gatti. Circa 12 sono dedicati in varia misura a uscite con amici e famiglia. Le persone sono molto presenti ma non sono totalizzanti, sono riuscita ad essere felice anche da sola, anche solo per 20 minuti. Leggendoli tutti ho riso, mi sono sentita in imbarazzo, ho pensato “uh è vero”, ma ricordavo quasi tutto. Suppongo che fermarsi a scrivere di un momento in qualche modo lo fissi e forse è anche per questo che non sono riuscita a pensare neanche per un secondo cose tipo “che anno di merda” come ho fatto invece spesso, per esempio, nel 2015 (che, per onore di cronaca, potrebbe essere stato l’anno peggiore della mia giovane florida vita).

Ha avuto senso fare questa roba? Sì. Ho già istituito il Sacchettino Furla della felicità 2k17. In pieno accordo con quello che più mi ha fatto riflettere quest’anno (come dovremmo riuscire a non vergognarci più di mostrare e ammettere la nostra felicità e i motivi della nostra felicità, trovate qualcosa anche qui) non mi sono vergognata come avevo immaginato. Ho riso e mi sono data della cretina ma non ho ad esempio sentito il bisogno di nascondere i bigliettini più imbarazzanti. La Lilla del passato è stata felice per questa cosa estremamente cretina e/o sdolcinata? Buon per lei. Quando lo ha scritto non le era sembrata così cretina e/o sdolcinata. Ci ho trovato una felicità bambinesca, ingenua, naturale, quella che ri-vista da un momento successivo si guasta. Per questo è stato importante fissarla subito. Esperienza consigliata 5 stelle su 5 spedizione veloce oggetto proprio come nell’immagine venditore disponibile. A propositi aspettative ansie e speranze ci pensiamo un altro giorno.

Standard
Riflessioni

Un post di roba tipo monologo interiore avevo proprio bisogno di scrivere a briglia sciolta uh che titolo lungo ciao mamma sono blogger

Sono come Sufjan Stevens solo che al posto di dio e della natura io a motivarmi e a farmi credere ancora nella vita ho l’amore possibile, immaginato, ricambiato e la letteratura. Io ci credo veramente tanto nelle cose in cui credo e nelle cose che dico, e meno ne dico più ci credo. Dovrei indossare più spesso cappelli. I cappelli mi donano. Sono una persona molto entusiasta e spesso me lo dimentico. Me ne sono ricordata perché nella cronologia delle ricerche su Spotify ci sono un sacco di nomi e titoli digitati in maiuscolo. L’ultimo BOOSTA COSMO (bomba di pezzo, si chiama Mezzo uomo, cercatelo col maiuscolo pure voi) però attenti, subito dopo parte un pezzo psichedelico con Nek (sì, NEK) che mi lascia un po’ perplessa. A vostro rischio e pericolo buddies.Io le persone che non si vergognano di scrivere i loro più profondi desideri e debolezze su internet le invidio molto. Basta dignità, w l’oversharing. Sopratutto se è scritto bene, questo oversharing. Fate bene cazzo tirate fuori tutto quello che vi ammazza tiratelo fuori e ammazzatelo voi. Black Mirror pensavo fosse quello con l’attrice mega brava che interpreta tutti i personaggi che ci fate i memi sopra e sperate vinca i premi e uno dei personaggi che interpreta ha dei capelli biondi terribili crespissimi che io empatizzo molto perché amica ci sono anche io i capelli sono una trappola del demonio se non avessi un cranio stranissimo e se mi sentissi abbastanza forte da sopportare tutte le vostre battute terribili su Eleven me li raserei anche domani. Dio santo che sollievo scrivere così un po’ sbarazzina (che parola terribile sbarazzina, è come sdrammatizzare usato quando si parla di vestiti, brrrr) sto scrivendo la tesi da un mese, ci ho messo un po’ a entrare nel mood, adesso vado abbastanza veloce però sapete è una tesi di lettere devo pensare a ogni parola metterla al posto giusto non posso permettermi di andare così a caso come sto facendo adesso anche se certe volte lo faccio e poi sistemo tutto il giorno dopo, ci dormo su. Anche adesso dovrei dormirci su, così domani sistemo il terzo capitolo. Ultimamente penso spesso al fatto che c’è una possibilità concreta che un sacco di mie amiche (un sacco=2) mi diano buca per la laurea ma sapete cosa? Nonna se non ha altri impegni è disposta a spararsi 16 ore di autobus per esserci (ha paura dell’aereo) quindi non me ne frega assolutamente una sega, ecco. Amiche io vi voglio bene, ma la nonna è la nonna. Oh ma che figata sono le instagram stories? Tirano fuori proprio la curiosità becera della gente. Persone che non ti hanno messo mai un like vi cascassero i pollici maledetti taccagni di felicità che poi non si perdono un post VI VEDO MALEDETTI PETTEGOLI no cioè guardatele pure le storie però ecco pure un po’ di apprezzamento ai selfie non farebbe male schifosi siete i dissenatori della mia vita. Che noia questa storia delle elezioni americane? Sì lo so è irresponsabile ci riguarda tutti ma quanto durano mi sembrano anni che vedo memi su Donald Trump colore quelle patatine radioattive americane che vorrei mangiare tantissimo anche adesso anche quelle super piccanti che sono la digievoluzione delle fonzies. Sapete che vi dico, quel pezzo di Boosta e Nek non è nemmeno così male. Devo fare pipì.

Standard