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Hedi Slimane è tornato e io non sto più nelle mutande

Io sono una bimba di Hedi. Lo dico con orgoglio. Il suo YSL (scusate, solo SAINT LAURENT) mi ha fatta avvicinare all’alta moda. Nei suoi completi giacca pantaloni e nei suoi stivali marroni con le fibbie vedevo tutto ciò che volevo essere. Figa, sicura, non curante, non spaventata di vestirmi da uomo, rock, una persona che la vita l’attraversa a falcate un po’ malferme, con una faccia 24/7 schifata e le occhiaie fino al mento ma che riesce comunque ad essere la più figa della stanza. La sua moda uomo mi è sempre piaciuta più della moda donna, ma a me la moda uomo piace più della moda donna da sempre. In assoluto. E temo sia anche colpa sua. Hedi Slimane ha inventato la moda emo. Lui e Pete Doherty. Meglio, Hedi Slimane e Pete Doherty hanno collegato uno stile d’abbigliamento all’indie rock inglese dall’anima cupa e autodistruttiva e hanno rivoluzionato la silhouette maschile. Io avevo 12 anni leggevo Cioè non sapevo chi fossero Hedi Slimane e Pete Doherty eppure ci ero già dentro. Mi mettevo i jeans stretti, le gonne a palloncino, la giacca di pelle pure da dicembre a febbraio. Mi facevo il ciuffo. Gran parte del mio stile personale si è formato in quegli anni e anche adesso che sto cercando di vestirmi da adulta facente parte del genere femminile mi piace pensare che un pezzo di quella roba lì a volte risalga in superficie come il corpo di una persona che hai ucciso ma che non riesci a nascondere come si deve.
Hedi Slimane ha lasciato YSL nel 2016. ORFANA. Se a questo punto siete giustamente in lacrime per la mia storia strappalacrime non temete: Hedi è tornato.
Ho appena visto la sua prima sfilata per Celine (grazie Hedi che hai tolto l’accento lo so che la scusa ufficiale è che negli anni 60 la maison non aveva l’accento ma secondo me è perché ti sbatteva metterlo tutte le volte e io non posso che condividerlo). Io in questa sfilata ci ho visto un sacco di Hedi, anche perché di Celine non me ne è mai importata una sega. Ve lo dico con franchezza e sincerità. A me il beige mi fa cagare. Ho avuto un periodo minimal scandinavo concetto in cui passavo 6 ore al giorno sul sito di COS senza andarci mai davvero e grazie al cielo ne sono uscita fuori. Mi piacciono i tagli ampi dei pantaloni, le righe, l’uso parsimonioso dei colori, e questa roba il caro Hedi l’ha mantenuta. Solo che poi ci ha messo la pelle, gli stivaletti con le fibbie, i miniabitini argentati e dorati, le maniche a sbuffo e le spalline esagerate, LE PAILLETTES, chissà da quanto tempo da Celine non vedevano le paillettes, forse non le avevano mai viste. Ci ha messo Hedi. L’operazione creativamente è un po’ scarsa, lo ammetto, ma non riesco a lamentarmene. Mi mancava troppo. Hedi Slimane, sei il cialtrone testardo del mio cuore di dodicenne.

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Accadimenti, Senza categoria

Copenhagen #2

Eccoci qui con una nuova appassionante puntata di Lilla viaggia e ve lo fa sapere fino alla nausea per vendicarsi di anni e anni di angherie subite sui social e di foto di mare in piena sessione. Qui la prima.

La puntata di oggi si intitola Quella volta che pioveva e siamo state 2 ore in un Disney store a piangere perché la roba costava veramente troppo. Ma andiamo con ordine. Ore 08:00, suona la sveglia, la stacco di brutto. Ore 08:30, suona la sveglia, stavolta mi smuovo. Tè alla menta, biscotti con gli smarties, zainetto in spalla e via, si va, piene di vita e volenterose come i 7 nani di Biancaneve che in realtà erano bambini sfruttati nelle miniere, e vabè. Si va in centro, al castello di Rosenborg, che tutto intorno ha un fossato con le papere e un parco innevato con delle statue di ninfe tra le foglie. Molto bello. Al castello di Rosenborg inizia il cambio della guardia. In breve, dei pupazzetti che sembrano tutti il Soldatino di piombo (dio che pianti che tristezza ma potevate crescerci con sta roba?) ma con un’alta moffetta morta in testa fanno delle marce avanti e indietro e suonano i tamburi e i flauti traversi e si spostano da questo castello a un altro castello, quello di Amalienborg, e lo fanno marciando suonando e trascinando i turisti lungo una via piena di negozi fighi (sicuramente una mera casualità blink blink) per una mezzoretta. Arrivati ad Amalienborg, sede principale della famiglia reale danese, questi soldatini di piombo di blu vestiti stanno lì impalati per minuti e minuti, fissandosi. Giuro. Esasperate da questa immobilità, siamo andate alla Frederiks kirke, la chiesa di marmo, che è tonda, ci sono due organi e da fuori è molto imponente. Non so molto altro perché in realtà la chiesa era un pretesto per sederci al caldo e consultare una guida sui migliori Smørrebrød della città. Lo Smørrebrød è una sorta di panino aperto, o meglio, una fetta di pane scuro ai semi con chili di roba sopra. Dopo aver usato la casa del signore per farci un po’ gli affari nostri, deluse dalla mancanza della cosa più sacra di tutte, il wi-fi, in un luogo così sacro, siamo andate  a mangiare in un caffè lì vicino. Ne abbiamo presi due a testa. Uno con una cotoletta di pesce, maionese e caviale (Rich Girl plays in the distance) e un altro con patè di fegato, bacon e funghi. Il patè di fegato è un’esperienza raga, un’esperienza. Non l’avevo mai mangiato, puzza di morte, ha una consistenza rivoltante ma alla fine te lo pippi uguale. Non sai come, non sai perché, ma diventa pure piacevole. Mistero. Dopo questa pausa pranzo curiosa frizzantina e affascinante, arriviamo a quello che per me è stato il momento clù della giornata. Il museo del design. DESIGNMUSEUM DANMARK. A due passi da lì, ospita diverse collezioni fisse su, nell’ordine: giochicchi componibili in legno, influenza del giappone sullo stile danese e nordico, vestiti, sedie e sedie. Un mucchio di sedie, talmente tante sedie che abbiamo concordato che se mai dovessimo farci un tatuaggio per ricordare quest’esperienza sarebbe una sedia. Mobile simbolo di una nazione e sostegno di molteplici sederi. La sedia. Comunque è stato bellissimo. Cosa prefe una sorta di scatola sospesa. Tu ci infilavi la testa dentro ed era pieno di quadratini girevoli in legno (non mi so spiegare) che da una parte erano specchi, dall’altra avevano appiccicate sopra cose di materiali diversi da toccare e da guardare. Eri con la testa lì dentro, cirocondata da cose e specchi. E in più c’era l’effetto sorpresa. Ho messo le mie luride mani su ogni quadratino girevole emettendo ogni volta degli OOOOH e AAAAAAH. Anche lo shop all’interno del museo era bellissimo, non il classico shop con souvenir pacchiani ma roba figa, roba di qualità, roba che costava il fegato di cui era fatto il patè precedente. E poi, al museo del design, c’era il wi-fi. Acqua per gli assetati, cibo per gli affamati. Amen.

Uscite da lì, dopo 2 ore e mezza, con gli occhi pieni di scatolette di legno, sedie e colori, pioveva. Allora, dimostrandoci del tutto estranee alle vili tecniche di manipolazione dei turisti architettate la mattina stessa dai malvagi soldatini di piombo in blu, siamo tornate sulla via coi negozi fighi. Cercavamo Tiger perché 1) è danese 2) E SE CI SONO COSE PIÚ FIGHE RISPETTO AI TIGER ITALIANI???? Dovevamo sapere, ci siamo inoltrate. Coraggiose, contro gli elementi avversi, contro Zeus raccoglitore delle nubi e dispensatore di fulmini. Dirette, decise, determinate. Nella nostra marcia ci siamo fermate anche in un paio di negozietti che da fuori sembravano colorati. Nell’ordine: Søstrene Grene, tipo Tiger ma più fancy e pieno di lecca lecca (ci ho comprato un block notes coi coniglietti, dei lecca lecca -duh-, una mini bottiglia di pinot grigio con la stagnola rosa, una simpatica cartolina); Normal, un negozio che è tutto e niente. Tipo Acqua e Sapone incontra macchinetta del cibo spazzatura al liceo incontra duty-free. Non ho comprato niente ma ho ponderato acquisti sconsiderati tipo turbante in microfibra per asciugare i capelli, confezione da mezzo chilo di Maltesers, rossetto violablu matte a 2 euro; Disney store, un semplice Disney store come in Italia ma che si è rivelato esilarante perché siamo state lì dentro due ore a provare maschere, abbracciare piangendo costosissimi set da tè della Bella e la Bestia (che cantavano), lamentando la discriminazione che troppo spesso gli adulti subiscono all’interno di questi negozi. Dove sono le mie infradito di Moana numero 38? Dove le mie mutande degli Avengers taglia 42? Eccetera. Tiger intanto non si trovava. Arrese e molto molto bagnate, stavamo per tornarcene sui nostri passi e cosa ci si staglia davanti in tutta la sua inutilità made in Danimarca? Ma Tiger, ovviamente. Vedi i casi della vita, signora mia. Il destino. Alla fine Roberta, luce dei miei lombi, decide di regalarmi il vinile di The Suburbs (qui in Danimarca da Tiger ci sono i vinili, in Italia pure? Non ricordo). Ringalluzzite e col vinile sotto il braccio ci avviamo all’uscita. Ma siamo super stanche, troviamo una magica M parlante che ci dice più o meno “siete delle minchie, prendete la metro per tornare che piove e la zona ormai la sapete a memoria”, dimostrando velocità nell’apprendimento e un’indipendenza fuori dal comune, pigliamo la metro. Nella direzione giusta. Cittadine del mondo.

Siamo nel nostro appartamento a Christianskaldhfrgsuhkrd. Ci prepariamo una versione un po’ italianizzata dello Smørrebrød, col formaggio fuso e la coppa. Onesta appropriazione culturale. Per finire in bellezza questa giornata, decidiamo di vedere Ho voglia di te. Il sole tramonta, la luna si spegne. Gin e Step si perdonano. Domani ci aspetta un’altra giornata in questa città. Tutto è bene quel che finisce bene.

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