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HSbyHS

Sono qui dopo mesi di nulla per parlarvi di una cosa assolutamente fondamentale: la prima opera solista di Harry Styles che si intitola Harry Styles perché qui problemi di megalomania proprio zero.
Ma è uscito due mesi fa. Allora intanto chiudete il becco, e poi io ho bisogno dei miei tempi e quale migliore nottata per fare uscire questo articolo di quella del compleanno di Davide? Ecco. Ma non esitiamo oltre. (Auguri!)

Meet me in the Hallway. La mia preferita dell’album. Mi ha folgorata. JUST LET ME KNOW I’LL BE ON THE FLOOR ON THE FLO-O-R. Vado pazza per il mix di disperazione squallore e zozzerie che questa canzone languidona mi comunica. Harry, boy, ma quanto stai soffrendo. Ma chissà perché, ma chissà per chi. Lo sappiamo tutti per chi, non lo scrivo nemmeno. Vi fisso con sguardo eloquente.

Sign of the times. Singolone. Scava nel mio cuore e ne tira fuori sentimenti primitivi. Tutti molto tristi e malinconici. WE GOT TO GET AWAY FROM HERE. Sono contenta che l’abbia pescata come singolo, la trovo rapresentativa. Anche qui si potrebbe speculare su significati e doppie letture ma non lo farò perché non ho tutta la notte. Noi sappiamo. Lo sguardo eloquente non ha mai lasciato la mia faccia mentre scrivevo queste righe. *eloquenza eloquenza*

Carolina. Mi fa venire voglia di essere una moglie e madre casalinga ma ancora piacente di uno stato americano del sud che spazza il pavimento e usa la scopa a mo di palo. Shorts di jeans cortissimi, ciabattine. I vicini ne vanno pazzi, i rudi cowboy si levano il cappello e ciucciano la loro paglietta o qualsiasi cosa sia quella roba che hanno sempre in bocca i cowboy nei film. Fa un caldo bestia ma loro sudano per lei. Insieme a Kiwi e Woman forma la terna canzoni che mi fanno sentire figa ma anche Tom Cruise che balla in mutande nel film in cui Tom Cruise balla in mutande.

Two Ghost. Ehm. MH. Coff coff. Ballata straziante su una storia d’amore che è finita o sta finendo e i componenti di questa storia d’amore (uno dei quali ha gli occhi azzurri una maglia bianca e dei tatuaggi) non sanno cosa farci e si sentono un po’ persi e disperati perché non sono più chi erano e quello che c’era non c’è più. No ma va bene, sono serena, l’ho presa con filosofia, andrà tutto bene.

Sweet Creature. Continua il filone tristolino del pezzo precedente. Stesso filone tematico, anche. Il signorino Harry Styles ha problemi di comunicazione con una persona importante della sua vita, non ci si crederebbe, è proprio una cosa nuova per tutti e mai immaginata nella storia delle cose immaginate. Albano urla AAAAAAH per 10 ere geologiche.

Only Angel. Quella che mi piace meno in un disco secondo me molto ben fatto, compatto e costante nella qualità. La trovo banale. La balzo a piè pari.

Kiwi. Ah yes, la canzone che immagino nella sigla di apertura del telefilm fatto da me su di me. Io sono magra e interessante e attraverso la città saltando sui marciapiedi e sotto c’è questa canzone e i nomi della gente che mi ha aiutata a realizzare questo progetto così importante per me appaiono in sovraimpressione con un lettering un po’ acido un po’ pop. HARD CANDY DRIPPING ON ME ‘TIL MY FEET ARE WET è la cosa più incomprensibile e allo stesso tempo pornografica mai cantata a memoria d’uomo.

Ever Since New York. OOOOOOOOOOOOOH TELL ME SOMETHING I DON’T ALREADY KNOOOOW OOOOOOOH TELL ME SOMETHING I DON’T ALREADY KNOOOOOW *si inginocchia sul pavimento sotto la pioggia come Troy Bolton in una gif che ho visto su tuitter*

Woman. Chiude la terna delle canzoni di Tom Cruise che balla in mutande. Un po’ birbona furbina volpina eheh gomitino questa canzone. Un po’ persone incredibilmente belle che scopicchiano in un attico con le pareti di vetro e fa incomprensibilmente caldissimo perché sono ricchi come mai non accendono un condizionatore? Però loro sono incredibilmente belli e ricchi, sudano solo per dare pathos alla scena di scopicchiamento, non soffrono davvero il caldo. Sto divagando.

From the Dining Table. Embè. Embè. Ultimo pezzo dell’album si aggancia al primo in una costruzione ad anello e riprende il tema della mancata comunicazione, della fine di qualcosa, della disperazione. Una disperazione un po’ meno disperata e più contemplativa. Una disperazione di quelle che non ti butti più sul pavimento ma guardi dalla finestra e pensi a quello che era e quello che poteva (e potrebbe ancora?) essere. Seconda canzone preferita dell’album. Quando partono i violini (?) e il coro (?) io ascendo a un piano di esistenza superiore a quello terreno.

QUINDI. Tiriamo le fila. Due filoni tematici dominanti. Il primo è quello della sofferenza, dell’incomunicabilità, della crescita dolorosa, della fine. Il secondo è quello del divertimento, delle avventure americane, delle storie che racconti agli amici al bar per farti figo. Comprensibile, se pensiamo che chi scrive e canta è un ragazzo di 23 anni diventato assurdamente famoso a 16/17 e che ha dovuto fare i conti nel bene e nel male con tutto questo. Voto 10+ consigliatelo agli amici tornateci con la famiglia consideratelo per le vacanze.

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Perché Harry Styles è meglio

Di te, di noi, di tutti quanti in questo sassolino nelle galassie che noi chiamiamo Terra.
(Che merda sto font? Come si cambierà?)

Perché è un adorabile deficiente che dice e fa cose stupide, parla lento, si impappina, tiene i piedi in modo buffo (probabilmente provocandosi dei danni alla schiena ma The Dork Aesthetic™ è più importante) e gioca coi bambini e cade sul palco. Insomma è un imbranato.

 

Perché si veste come il figlio illegittimo di Mick Jagger e Florence Welch o come un principe bucolico hipster e rock ‘n roll. Negli anni ci ha donato spunti di stile preziosi e non ha paura di mettersi pantaloni da donna, stivali glitterati, completi fiorati, skinny jeans bianchi al limite del soffocamento o lo smalto sulle unghie. Anzi, fondamentalmente se ne sbatte le balle. E poi Gucci by Alessandro Michele e arrivederci e grazie.


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Perché non ha paura di parlare delle cose a cui tiene e a cui crede davvero.

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Per non parlare delle sue amicizie fighe con gente tipo Alexa Chung, dei suoi tuit da sbarbina indie senza senso, del suo senso dell’umorismo ridicolo, della sua risata, del suo pretenziosissimo comprare oggetti di arte contemporanea.
Insomma. Harry Styles è una divinità fatata mandataci dall’alto per rendere la nostra permanenza sulla terra un po’ meno grigia.

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